LA SCIA DI STELLINE CHE PORTANO ALLA LUNA

La scia di stelline che portano alla luna

L’inizio della giornata prevede sempre lo stesso rituale: sveglia, doccia, pantaloni e felpa e una colazione dolce, non riesco a mettere niente di salato in bocca prima delle sette. Lascio casa già consapevole della mia mezz’ora di traffico prima di arrivare a scuola, ma appeno varco la soglia di quelle due porte di vetro bloccate da dentro, mi rendo conto che le voci e gli schiamazzi degli alunni valgono più di quei rumori assordanti delle macchine in attesa ad un semaforo. Le classi sono già piene di ragazzi disorientati senza la loro bussola virtuale: il telefonino. A malavoglia sono costretti a lasciarlo in cattedra fino alla fine delle lezioni.

In terza ora ho già le mie crisi esistenziali: avranno capito la lezione di ieri? In terza riusciranno a rispondere alle domande del compito di domani? Siamo finalmente in penultima ora e mi resta solo la terza A, poi potrò tornare a casa. Oggi nessuna riunione pomeridiana e tra pochi giorni inizieranno pure le vacanze di Natale. Sono già stanca.

−Buongiorno, ragazzi. Non state tutti li ammassati. Sedetevi.

Vedo un poco di confusione, ma provo a non farci caso. Raggiungo la mia postazione già piena di permessi di uscita e di fogli lasciati in disordine per la prossima visita guidata. Mi siedo e apro il computer, ma non ho finito di scrivere la password per entrare nel registro che già sento la voce di Hedi alla mia sinistra che mi chiama:

−Prof, prof – mi sente prof?

−Cosa c’è, Hedi?

−Prof, ci aiuti. Giovanni non sta bene, oggi. È da due ore che nasconde la testa tra le braccia sul banco e non risponde. Vuole solo piangere. Non vuole dirci cos’ha. Lei, però…di lei si fida, con lei ci parla… come la settimana scorsa quando le si è seduta accanto e lui le ha detto perché non dorme la notte. Ci provi, prof…la prego.

Mi avvicino al banco di Giovanni, con tante scritte e disegni strani. Non mi sono ancora neanche tolta il giubbotto.

−Cos’è successo, Gio? −Il mio alunno, di appena 14 anni, ma un palmo più alto di me mi guarda e sprofonda dentro il suo cerchio. Non vuole condividere la sua pena con la classe, nessuno deve sapere di quel dolore che oggi gli spegne il sorriso di sempre. Torno a chiedere cos’ha, ma non ho risposta, così decido di farlo uscire fuori con me in corridoio, sportello aperto per qualsiasi confidenza.

−Hedi, scrivi alla lavagna chi disturba −dico prima di andare, ma mi accorgo che in un momento così triste nessuno ha voglia di scherzare.  Appena fuori dalla classe, il piccolo ometto cerca subito un angolo, un pilastro, un muro dove nascondersi per proteggere il suo malessere. Piangere in pubblico non è roba da ragazzi, ma da femminucce. Alza il cappuccio nero della sua felpa e in veste luttuosa risponde a monosillabi alle mie domande.

−È successo qualcosa a casa? Mamma sta di nuovo male?

−No.

−Hai avuto problemi con la moto nuova?

−No.

−Qualcuno ti ha offeso?

−No.

Dopo aver sfoderato le mie domande di rito, oso un poco più sul personale.

−Hai una fidanzatina?

−Si.

−Vi siete lasciati?

−Lei.

−Ti va di raccontarmi cos’è successo? Non puoi tenerti sempre tutto dentro, altrimenti rischi di esplodere.

Giovanni è un ragazzo molto riservato che sta provando a crescere senza l’aiuto di una mamma. Un terribile tumore alle ossa la costringe a sottoporsi a lunghi cicli di chemio in una struttura specializzata al nord e durante la sua assenza, sta sveglio la notte. La mattina spesso si addormenta in classe e il padre non riesce più a seguirlo. La rappresentante di classe l’ha mandato a chiamare, ma l’unica sua risposta è stata: Devo pur lavorare per non fargli mancare nulla.

Stare qui non è semplice e ogni tanto occhi curiosi di ragazzi che vanno in bagno ci guardano mentre le copiose lacrime del mio alunno arrivano a terra e singhiozzi si intervallano a respiri corti. Giovanni si soffia il naso e continua a parlare:

−Io, prof, non volevo che accadesse questo. Io le voglio bene. Lei con il suo buongiorno e la sua buonanotte prima di spegnere la luce, mi fa sentire meno solo, prof. Adesso non mi parla più, neanche uno squillo. Fino a pochi giorni fa stavamo ore al telefono. Io ho imparato a fidarmi di lei, prof. e a cosa è servito se mi ha lasciato? Sono pure riuscito a distrarla dalle sue fisime.

−Fisime? Cosa vuoi dire? −gli domando.

−Si, prof, lei dice che mangia, ma io lo so che butta il cibo nella spazzatura. L’altro giorno le ho chiesto cosa avesse mangiato e mi ha risposto la pasta con la salsa, ma non è vero.

Accidenti anche questa, non ci voleva, penso tra me e me. Lo guardo e dico:

−Non pensi che forse lei ha già troppi pensieri per la testa e magari vuole fare un poco d’ordine prima di affezionarsi sul serio?

−Ma, prof, vuole che io scompaia per un poco dalla sua vita, dice che non sente quello che sentiva prima, ma è possibile, prof? Perché dice queste cose che mi fanno stare male?  

−Perché l’amore non è sempre bilaterale, Giò, anzi spesso è a senso unico. Non sempre è tutto così semplice da capire alla tua età e poi non puoi risolvere i problemi degli altri, per adesso devi concentrarti solo su te stesso.  

Giovanni non capisce perché non c’è soluzione a ciò che gli succede. La sua inesperienza lo porta a smarrirsi, non ha armi per difendersi da quelle emozioni di abbandono che gli arrivano come frecce su un bersaglio. Non accetta la pausa che la fidanzatina gli chiede. Continua a ripetere, piangendo, che è una sconfitta.

−E poi, prof, durante questi otto mesi… insieme… non ho mai voluto leggere i tanti messaggi che mi arrivavano da altre ragazze della scuola perché ho sempre pensato che, se lei era la luna perché io dovevo guardare le stelline?

Le sue riflessioni mi disarmano. Sono contenta che abbia così tanto rispetto per le ragazze in un tempo che si fa fatica a educarli alla parità.

−Non andrà mai via, prof, vero? fa troppo male!

−Ascolta Giovanni, non è proprio così. Il tempo aiuta e poi io ho la soluzione per te.

−Davvero prof? −i suoi occhi si spalancano e aspetta che io parli.

−Vorrei solo che smettessi di ammirare quella luna e iniziassi a guardare le altre stelline. Continua a vivere di luci per adesso.

−Ma, prof, questo significa scordarsi di lei e io non voglio.

−Giò non devi scordarla ma farla diventare una stellina. Solo così farà meno male.  Ogni luna è stata prima una stella. Adesso, però, andiamo in classe altrimenti i tuoi compagni si sentiranno liberi di fare quello che vogliono. E fammi una promessa se torna di nuovo il magone…chiamami. Ti lascio il mio numero di telefono.

Giovanni abbassa il suo cappuccio e torniamo in classe senza più vergogne. È riuscito a condividere il suo dolore e si sente più leggero. Non è più solo.  Forse domani non riuscirà a rispondere a tutte le domande del compito, ma avrà trovato la soluzione a ciò che adesso lo inquieta. Non è forse questo il lavoro di un’insegnante? Provare a dare possibili alternative a problemi incomprensibili.


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