LA CIOCCA VIOLA CHE ILLUMINA LA SERA.

La ciocca viola che illumina la sera.

Nessuno fa caso alla chioma viola di Lecker, la corpulenta donna che tutte le notti dorme in una stazione di treni. Distratti e veloci i passeggeri non la scorgono e ignorano quei possenti fianchi che giacciono sulle fredde piastrelle di un pavimento lucido. A guardarla da lontano è sporca, povera e sola, ma ha un sorriso spontaneo che attrae. Lacere e luride coperte sovrapposte a pezzi di tessuti, trovati tra i rifiuiti, le coprono i piedi scalzi mentre scarponi e stivali alti sul lato opposto del marciapiede calpestano la banchina ferroviaria, in attesa.





È da tanto che vive lì. Fa fatica a ricordare quando è arrivata. Ha solo pochi oggetti con sé, alcuni regalati da passanti, altri trovati in giro e infilati in una busta di plastica. I suoi miseri stracci non commuovono più e nessuno fa caso a quelle mani tese che provano a strappare una moneta ai passanti più sensibili. La sua unica compagna è una macchina obliteratrice che con il suo tric-trac le disturba il sonno.

−Solo qualcosa per mangiare −sembra dire in una lingua che non si capisce, ogni volta che stende il braccio.  

−Farebbero bene a chiamare la polizia, −si sente ripetere tra le banali conversazioni dei viaggiatori.

−E insultano pure! −aggiunge la signora in cappottino marrone di velluto e guanti firmati.

Io, qui, in attesa del mio treno, non ho visto nessuno alzare la voce, anche se di persone insignificanti e strane ne passano parecchie. Sguardi assenti, piegati su piccoli schermi mi circondano, ma io sono ipnotizzata, come davanti a un pendolo che oscilla, dai capelli viola di Lecker. Quella chioma mi avvolge, mi trascina a lei che mi stringe al petto e mi stende la mano. Scorgo ferite sul suo palmo destro per il freddo, ma non ho paura di starle accanto. Siamo ritornate ai banchi di scuola. È di nuovo la mia migliore amica, che mescola le sue parole slave alle mie italiane. Corriamo dietro farfalle colorate, la sua è viola e la mia è verde. Il respiro si fa corto, ma non ci fermiamo. Seguiamo le due piccole ali di quegli insetti minuscoli che si abbandonano alla brezza mattutina. Le nostre risate si disperdono nell’aria. Siamo leggere come panni al vento e gioiose come spose davanti all’altare, ignare del cielo che lentamente si copre di nuvole grigie e cela l’arrivo di una tempesta. Io sto per arrivare in cima alla nostra collina per acchiappare la farfalla verde e lei mi segue. Sono sicura di averla dietro, ma mi giro a cercare i suoi occhi per condividere la mia gioia e non la trovo. È scomparsa. Una mano possente e ossuta l’ha trascinata lontano da me. Arresto la mia corsa e torno indietro a cercarla mentre la sua farfalla viola si perde tra cespugli e tronchi secchi.

−Lecker, dove sei? −urlo tra i fitti alberi. Nessuna risposta. Un treno fischia ed io mi accorgo di essere al binario tre tra volti sconosciuti.

Le vetrine dei negozi colorano le strade. È natale. La mia Lecker si è smarrita ormai da diversi anni. Giace a terra e nessuno l’ha aiutata a rialzarsi dopo l’abbandono dei suoi.

Stasera non ho più voglia di restare a guardarla da lontano. Non posso più ignorare la sua presenza che, come un macigno in testa, mi arriva tutte le sere quando torno a casa dallo stesso binario. Mi fermo e mi abbasso. Le lascio un pacchetto rosso. Lei dorme. Sente una presenza. Apre gli occhi. Sono proprio accanto a lei. Mi riconosce, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Vorrebbe dirmi qualcosa. Aspetta che mi allontani prima di pronunciare parole che non capisco, ma che arrivano al cuore come da bambine. Il mio treno ha appena lasciato la stazione e io la immagino mentre apre quel pacco e trova la farfalla viola. Forse quelle piccole ali la faranno rialzare e correre insieme a me. Adesso sorride mentre la sua ciocca viola rimbalza tra stelle luccicanti che brillano sopra la testa. Buon Natale, amica mia.




			

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