UN NASO DA INTUITO

−Damiano, Damiano, apri la bocca! Damiano, mi ascolti? Devi aprire la bocca perché altrimenti il tubo rimane incastrato.

−Non si sveglia proprio, dottoressa. Che facciamo?

−Insistete! bisogna svegliarlo e aprirgli la bocca.

−Damiano, apri quella bocca e fammi tirare fuori questo tubo, altrimenti soffochi.

Sono in una stanza che chiamano del preoperatorio e del post-operatorio con accanto un lettino circondato da tre infermieri e una dottoressa, bella, con capelli raccolti e molto determinata a far sì che la sua voce rappresenti l’autorità.

Mi hanno appena messo una flebo. È il mio antibiotico per la buona riuscita dell’operazione. Fa male. Prima di inserire l’ago nel braccio sinistro l’infermiere mi ha avvisato:

−ago, eh!

Come a dirmi che le sue dimensioni non erano standard. Ho paura a piegare il braccio A distanza di cinque giorni sento ancora quel solco di 10 cm che è rimasto nel mio braccio come fa un verme sotto la sabbia.

Resto ancora un’ora qui. Di fronte c’è la sala operatoria, quella rossa. L’ultima volta ero in quella blu. Il lettino è comodo e ho addosso solo un velo trasparente di colore verde che copre il mio corpo quasi nudo. Mi misurano la pressione. È molto bassa, dicono. E ci credo! Sono a digiuno da ieri.

La dottoressa con il camice blu mi chiede:

−Fa sport, signora?

Ma quale sport, penso. Riesco appena riesco a ritagliarmi due ore di ginnastica in acqua alla settimana. 

−Sono brachicardia, −rispondo per giustificare i miei battiti lenti e irregolari tipici di uno sportivo.

−Ottimo, fisico asciutto.

 Sorrido. Spero che credano che non ho paura di nulla e che niente mi fermerà. Voglio tornare a casa con un naso che funzioni. Iniettano qualcosa in vena. Il battito è tornato regolare. C’è forse qualcosa che le medicine non riescono a risolvere oggi? Prima di addormentarmi aggiungono:

−Non le hanno detto niente durante la visita cardiologica?

−No, perché? −rispondo.

−Ha avuto un piccolo versamento al cuore. Nota dolore toracico, difficoltà respiratorie?

−No, per niente, −ma proprio adesso mi devono dire questo? Prima di chiudere gli occhi?

−Continui a respirare da dietro la maschera. Stia tranquilla. Sentirà la testa girarle un poco. È normale.

Dopo pochi respiri, sono catapultata in un altrove che non ricordo, ma che ha occupato ben quattro ore del normale scorrere del tempo.  Quando apro nuovamente gli occhi riconosco il sorriso e la voce delle persone che mi hanno salutato poco fa, secondo le mie errate stime. Il mio naso è fasciato, enorme, i miei occhi riversano lacrime e io non so se devo gioire perché tutto è finito o sprofondare nello sconforto più totale per i dolori che mi arrivano da tutte le parti.

L’intervento è andato bene, affermano i medici, ma si scordano di aggiungere che adesso mi aspettano tre notti d’inferno con sensazione di soffocamento, insonnia, dolore in viso e senso di oppressione. Mi sento debole, ho la testa vuota. Non posso alimentarmi perché devono trascorrere ancora 12 ore prima di dar combustibile alle mie mani che vogliono afferrare il pane e alle mie gambe che chiedono spazio per muoversi. Non so se ho fatto bene ad operarmi. Rivoglio le mie giornate frenetiche.

Ma davvero le rivuoi indietro? Mi suggerisce una voce dall’interno. Un dubbio mi assale. Davvero vuoi uscire da qui? Continua. Forse sto impazzendo. Riprendo in mano la situazione. Certo che voglio andare via. Maledetta anestesia che mi ammali con il tuo senso di protezione. Lasciami in pace. Provo a dormire un poco, ma è tutto inutile. Mi rassegno all’insonnia e pazientemente aspetto i primi raggi del sole che si intrufolano dalla finestra come saette tra le costole di un ferito. Sono le 5 e 10 minuti di un mattino che si prospetta rovente. Mi preparo la colazione. Riempio il carrello che funge da comodino con i biscotti, le tortine, le fette biscottate con marmellata e le nocciole portate da casa. Posso mangiare.  E vaiii! Sono eccitata come una bambina all’assaggio del primo gelato, ma riesco a ingoiare solo della frutta secca e due biscottini alla marmellata. Mi sazio presto. E mentre il mio primo pasto della giornata è finito, la signora che divide la stanza con me emette ancora un altro fischio di sonno profondo come un treno a carbone, stanco. Se la giornata trascorre in fretta, tra visite mediche, confidenze tra pazienti, perdite di vergogne e tanto altro, la seconda notte è interminabile tra lamenti e difficoltà a respirare.

Sono al terzo giorno e mi comunicano che domani tornerò a casa, nel mio letto, tra i silenzi di quel piccolo spazio verde che spero mi aspetti rigoglioso e fresco. Abbandonerò la mia compagna di stanza, che non ha smesso un secondo di raccontarmi dei meravigliosi nipoti, lascerò la giovane donna della sala nr. 3 che ancora non si è ripresa dopo un incidente domestico e scorderò anche quel signore della stanza di fronte che ha perso quasi la voce durante un intervento di tonsille.

Mi trascino verso il bagno per vedere le mie ferite da guerriera. Ho ancora la fasciatura attorno al naso per le perdite continue di sangue, nonostante i tamponi. Le labbra sono gonfie e tumefatte, gli zigomi gonfi e le rughe d’espressione miracolosamente sono scomparse. All’interno del naso due bacchette in silicone sostengono le due fosse nasali. La sensazione è quella di una porta in faccia che ha scomposto le mie ossa.

Rifletto sulle insensate decisioni di molte ragazze e ragazzi che decidono di cambiare le dimensioni o la forma del loro naso solo per estetica. Sembra che il dolore non li spaventi e sono disposti a trasformarsi solo per piacere agli altri. Io tremo solo al pensiero di un altro intervento. Ci sono dilemmi umani che non capirò mai. E allora per distrarmi guardo quel ragazzo in fondo al corridoio che, al risveglio da una febbre, si è ritrovato con un nodulo maligno al petto e non sa cosa verrà fuori dopo la biopsia, quell’ anziano uomo che pazientemente aspetta l’arrivo della figlia e quell’extracomunitario che spera di curare in Italia il terribile mal di testa che si porta dalla Tunisia.

Nuova notte insonne, ma sono già al quarto giorno, pronta a lasciare il reparto. È quasi mezzogiorno e con la mia valigia mi dirigo verso l’uscita. Ho finalmente il foglio di dimissione da presentare a scuola. La porta si apre e appare il letto con dentro una ragazzina. L’hanno appena operata. Stamattina è uscita sorridente e felice dal reparto ed è ritornata tremante e pallida. Rivedo in lei la mia stessa paura.

Piange, non capisce cosa le sia arrivato addosso. Faccio pochi passi indietro. Entro nella stanza che fino a pochi minuti fa era la mia.  Mi avvicino al suo letto, la accarezzo e mi limito a dire:

−Tesoro, tranquilla, andrà bene. Non dubitare, pochi giorni e uscirai da qui. Ho naso per questo.  


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *