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PASSWORDS (da un’idea della poetessa Alba Buonafede)

Oggi fa proprio freddo, le nuvole sono arrivate presto stamattina e sembra che il sole non voglia alzarsi. Non mi va di indossare la gonna a quadri che mi hai regalato l’anno scorso in casa dei nostri amici pugliesi. Ho solo voglia di spegnere i colori dal mio guardaroba. Le scarpe col tacco grosso e comodo che di solito indosso le lascerò nella stanza di Claudia, la figlia che avresti voluto veder crescere. L’ho accompagnata a scuola alle otto e sono subito corsa da te. Non mi rispondi al telefono da un paio di giorni ormai.

Entrambi amiamo l’autunno, la stagione preferita per progettare le vacanze estive. Abbiamo bisogno di tempo per incastrare le tue giornate con le mie fatte di attese e speranze. Da sempre hai il dono o la disgrazia di complicarti la vita. Ti circondi di persone che non sanno chi sei diventato veramente e i tuoi colleghi di lavoro ti vedono sempre sorridente. Nessuno di loro immagina quanta confusione c’è dietro quella faccia da persona gentile e affidabile che ha sempre un po’ di tempo per aiutare gli altri e mai sé stesso. La tua famiglia, poi, non può desiderare di meglio: sei un padre affettuoso e un marito premuroso. Giustifichi facilmente le tue assenze dalle loro giornate con il lavoro, e i fine settimana in giro per affari ti danno l’alibi per mantenere un’immagine onesta, di uomo disposto a sacrificarsi per garantire palestra, vestiti, macchine e appuntamenti dal parrucchiere. Nessuno ha niente da rinfacciarti. Tranne io.

È già passata una settimana da quando mi hai accompagnata con ancora i pantaloni da ginnastica sporchi di fango. Prima di rientrare a casa li hai sostituiti con il vestito gessato che indossavi quando sei venuto a prendermi. Mi hai ringraziato del piacevole fine settimana in montagna e hai aggiunto che senza di me nulla avrebbe senso, ma dovevi andare. Abbiamo ripreso le nostre vite appena varcata la soglia di quel mondo, apparentemente perfetto e che adesso si è dissolto come un biscotto inzuppato in un infuso profumato.

Hai lasciato da me le ciabatte in pelle. Sento ancora il rumore mentre le trascini lungo il corridoio. Il nostro cane Sanny gioca sempre a togliertene una e tu lì a provare a spiegare a un muso confuso le tue lamentele. Dici di amare gli animali, ma anche con loro preferisci mantenere una certa distanza, meglio se stanno in giardino e non in giro tra la cucina e la stanza da letto.

Ti piace il croccolio dei passi sotto foglie secche quando andiamo in giro per i boschi. Quei silenzi assordanti e quei profumi impregnanti ti fanno scordare i fastidiosi clacson ai semafori per le strade di Roma. Il nostro weekend ti è servito per ridurre lo stress dell’ufficio, evitare gli acquisti per la cresima di Lola, la vostra piccola, e saltare i pranzi in casa di tua suocera. Sei ritornato a lavoro rinato, si hai usato proprio l’aggettivo rinato perché stare con me significa sanare una delle tue due vite parallele. Quando stai male mi cerchi ed io non riesco a dirti di no. I tuoi bisogni diventano urgenti e improrogabili rispetto ai miei.

Nella baita che abbiamo affittato per tre giorni il tempo sembrava si fosse rallentato. Il freddo ci ha tenuti più uniti, immersi nel silenzio e lontani da qualsiasi interferenza esterna. Lì abbiamo vissuto in un equilibrio perfetto, irreale, ma appena siamo rientrati hai iniziato ad arrabbiarti per qualsiasi stupidaggine, per il cattivo stato del manto stradale o per la deviazione che ci aveva costretti a tornare indietro e percorrere una strada sconosciuta. Ho interpretato quei segnali come un rifiuto per ciò che ti aspettava, ma non ho detto niente per non creare tensioni. Mi hai lasciata davanti al cancello di casa pronunciando parole indelebili: scusa ma devo correre a casa, mi aspettano, ti chiamo dopo. Sono rimasta immobile, abbandonata dietro uno sportello, gettata via come uno straccio. Hai capito che ci ero rimasta male, mi hai guardato con sufficienza e non hai fatto niente per chiarire. Dovevi andare. Come una bolla di sapone tutto si era dissolto. Eravamo ritornati due anime uguali separate dalle diverse circostanze in cui ci trovavamo. Come faccio a scordare tutto ciò, Patrick? Impossibile!  

Ancora oggi non sono arrabbiata con te per essertene andato, ma per non avermi congedata come un uomo per bene sa fare. All’inizio ho pensato che, forse, una pausa ci avrebbe fatto bene e non sono venuta a rinfacciarti tutto. Troppo teatrale avresti detto se lo avessi fatto. E poi avresti creduto e accettato il mio dolore e le mie lacrime? In fondo non ti mancava nulla, avevi una donna che ti lavava la biancheria, ti aiutava a scegliere i vestiti, ti rappresentava alle feste, ai matrimoni, ai compleanni e al dopo lavoro con i colleghi. Tante volte hai precisato che quell’altro letto è già freddo da parecchio tempo perché non riusciresti a sostituirmi più con nessuna. Sono la persona che desideri da quando eri ragazzo: alta, bella e affettuosa. Penso che non mi manchi nulla di ciò che vuoi, ma non hai il coraggio di tenermi accanto.

Casa mia è piena di foto insieme con volti gioiosi e incredibilmente sexy. Adoro le smorfie da bambino che nessuno conosce dietro quell’espressione seria e quelle camicie bianche fasciate da cravatte blu o marroni. Con me stai sempre in tuta grigia e scarpe rigorosamente con suole di gomma, slacciate per far respirare meglio il piede. Entri subito in panico: e adesso come facciamo, dove andiamo se si fa buio, riusciremo a tornare indietro, hai portato qualcosa in più da mangiare? quando ci perdiamo tra i sentieri delle nostre escursioni. Non la smetti più con le domande e riesco a calmarti solo riempendoti di baci e rassicurandoti con abbracci. Non ho mai conosciuto un uomo tanto fragile dentro un corpo alto 1,90 con 80 kg addosso.

Patrick, se riuscissi direi a tutti che mi chiamo Sara e ho 42 anni. Che ti amo da più di dieci e che avremmo trascorso ancora tanto tempo a nasconderci se un incidente stradale la scorsa notte non ti avesse allontanata da me per sempre.  Con indosso il mio trench scuro e la sciarpa alzata fin sopra il naso nessuno mi riconoscerebbe adesso. Dalla tua macchina, dopo l’impatto con il veicolo di fronte, hanno portato via diverse cose, tra cui una busta con su scritto oggetti personali. Vorrei tanto potermi riprendere quel portachiavi con inciso le nostre iniziali e l’orologio al polso che ti ho regalato a Praga. Quel sacchetto conserva un legame invisibile sporco del tuo sangue.

Attorno alla tua bara vedo lei, l’altra, che si illude di provare il dolore più forte, più intenso mentre riceve abbracci, condoglianze e sguardi di sincera commozione. Io sono qui invece, a pochi metri da te, sola, subisco e non mi lamento di ciò che ho perso. Nella stanza in cui ti hanno sistemato parlano di ricordi passati mentre noi volevamo costruire un futuro in una baita in montagna a scrivere musica, lontano dalla vita perfetta che ti stava soffocando.

Il vento scompone i miei capelli e la sciarpa si allunga, quasi cade a terra e come una biscia cerca di svincolarsi dal mio collo. Il freddo acciglia i miei occhi, do i primi passi, mi avvicino a quella bara che contiene il tuo corpo. Ho la sensazione di essere fuori luogo, temo che qualcuno mi riconosca, ma è tardi per tornare indietro. Avanzo. Ti vedo. Ti hanno messo il vestito nero che odiavi perché di una taglia più grande. Sei goffo, scomposto e se potessi vederti scoppieresti a ridere. Ho portato qualcosa nel giorno del tuo funerale. Non un mazzo di fiori bianchi, che so ti avrebbe fatto piacere, ma una chiavetta con dentro tutte le passwords che aprirebbero file e cartelle della nostra relazione segreta. Ti accarezzo, sei gelido. Lascio vicino al cuscino, che sorregge il tuo capo, l’unico legame che ancora per poco ci unisce, spero lo porterai con te per sempre, lassù. Quaggiù resta la tua immagine di uomo fedele. Se è vero che quando muore qualcuno non finisce solo la sua di vita ma cambiano quelle di tanti altri che hanno ruotato attorno a lui, la mia adesso la rivoglio esattamente uguale al giorno prima di conoscerti. Non ti chiederò più niente.

Come è diverso un novembre dall’altro, questo è davvero freddo rispetto a quello dell’anno scorso con il sole.


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