Il ragazzo che salutò sé stesso
In un piccolo paese di collina in una parte d’Italia sconosciuta a molti, l’arrivo di ogni neonato è accompagnato da tre tocchi di campana seguiti da tre giorni di festa. Trascorso il primo mese poi ci si riunisce nella taverna di Ruggero per brindare con un bicchiere di vino. In ogni quartiere ai bambini è concesso solo giocare con pezzi di stoffe e colori a cera e tra le poche segnaletiche che si trovano, ce n’è una con su scritto: bambini, allevati all’aperto, attenzione!
In quel posticino tranquillo e lontano dal caos è cresciuto Andrea con l’aiuto di nonni e zii e il suo primo regalo è stato un triciclo. Su quelle tre ruote ha trascorso giorni felici e non ha smesso di ridere fino a quando, diventato un ragazzo sveglio e con un cuore tenero, ha dovuto lasciare casa per conoscere cosa lo aspettava altrove. Tutti gli abitanti lo hanno accompagnato lungo l’unica discesa che esiste e lo hanno salutato con un fazzoletto bianco sperando di rivederlo un giorno. L’orologio del tempo ha iniziato a battere i primi rintocchi e Andrea ha smarrito quel bimbo paffutello e spensierato che amava tanto sfidare il vento su un mezzo di trasporto di plastica. Adesso vive tra i grandi anche se grande non lo è mai diventato.
Lavora in un edificio a tre piani e tutte le mattine fa lo stesso percorso senza badare alla gente che parla o al rumore che lo accompagna costantemente. Scende per il corso principale, gira alla seconda a sinistra e arriva alla fermata della metro. Di solito è in anticipo, ma oggi si è svegliato più tardi. Deve aspettare l’arrivo della successiva vettura. Prova a distrarsi leggendo un fumetto, ma una voce quasi familiare lo chiama:
-Ehi, Andrea, mi vedi sono qui di fronte a te.
Andrea arresta la sua lettura e sul suo viso solchi leggeri si allargano e richiudono. Un ragazzo di non più di vent’anni è davanti a una tela a dipingere. È lui.
-Ma quelle rughe sono permanenti? – chiede il giovane.
-Si, come i traumi, ma molto più simpatiche.
Sta per andare via, ma ancora arriva un’altra domanda:
-Hai fatto la vita che volevi? Hai trovato la felicità?
– La felicità? Boh, credo di sì, ma me la sono guadagnata tra mille sbagli e tante paure. A volte ho anche confuso l’amore con lo sforzo solo per far piacere agli altri. Ho pianto tanto da non vergognarmene più per essere uomo e a volte anche tanto stanco.
-Non deve essere stato facile, però.
– Difficilissimo, credimi, soprattutto quando pensi di non essere visto o capito e permetti agli altri di ferirti profondamente. Eppure, dopo ogni sconfitta mi sono rialzato e ho ripreso con più forza il mio cammino.
-Se tornassi indietro cambieresti qualcosa?
Andrea vorrebbe vomitare una valanga di ricordi, ma alza la testa e si limita solo a dire:
-Sì, molte cose. Mi difenderei prima, mi amerei prima e ascolterei quel bambino sul suo triciclo.
-Triciclo?
– Si, proprio così.
Un ricordo arriva. Il passato riappare. Un bambino corre sul suo triciclo senza preoccupazioni. È Andrea che acchiappa nuvole di lana e balla con draghi e sirene che sputano acqua e volteggiano in tutù. La regina dei venti trascina farfalle bianche che tessono fili colorati mentre gocce di pioggia bagnano il suo viso. Va avanti fino a un vicolo. Un profumo conosciuto lo spinge ad entrare dentro una casa calda e accogliente. Pochi passi ancora e su una scala in legno il giovane Andrea saluta l’uomo che è diventato e riprende il dialogo:
-Eccomi di nuovo. Posso sapere se ancora hai dei sogni?
– Tantissimi, forse molti più di prima, ma stavolta non scappano più. Sono loro a cercarmi e restano con me fino a quando non diventano realtà.
-Ma tu ci sei riuscito a non perderti nel sentiero degli anni?
-Si, ci ho provato grazie agli amici e a una famiglia che ho costruito e difeso con cura. Magari non sono diventato famoso, ma ho guadagnato il bene più importante per un uomo: la libertà.
Andrea riprende il cammino verso l’ufficio mentre saluta sé stesso. Alle sue spalle sente:
-Mi fai allora una promessa?
-Quale? – risponde senza fermarsi.
-Torneremo a giocare insieme?
Andrea si gira, lo osserva e spalanca le sue braccia.
-Che dici se iniziassimo adesso?
