−Non si premuri, aspetti qui, tra poco arriva suo figlio a prenderlo. Il suo girello è instabile. Non si fidi molto.
−Va bene, grazie, ma non voglio rimanere qui fermo. Vado all’entrata, magari mio figlio è già sul pianerottolo ad aspettarmi.
Un uomo magro, alto e avanzato negli anni cammina. Ogni suo piccolo passo lo avvicina a me che lo aspetto consapevole di dover iniziare un dialogo con lui. Va avanti sicuro verso un percorso conosciuto privo di possibili ostacoli che potrebbero bloccarlo. Vuole parlarmi. Trascina le parole, così come i piedi, e ha un cordoncino al collo che regge una borsetta con dentro il suo telefonino. Gli serve per chiedere aiuto.
Lo guardo, seduta a sinistra del corridoio di un ospedale in attesa che mi chiamino. Oggi, finalmente, toglierò i punti e le stecche che mi hanno messo esattamente dieciotto giorni fa al naso. Appena finisco, andrò a casa, senza perdere tempo neanche per comprare il pane. Questo posto mi mette ansia. Voglio festeggiare la fine di un intervento che speravo fosse più semplice da affrontare.
Sono immersa nella lettura quando a pochi metri da me sento:
−Cosa legge? metto da parte il libro e alzo lo sguardo. Lui percepisce la mia pazienza e mi regala un sorriso, come una liana tesa per arrivare all’albero di fronte.
−Un libro che ho comprato quasi per caso in libreria −rispondo. −Non ho idea di cosa tratti esattamente, ma la copertina con i colori giallo e azzurro lapislazzuli mi hanno spinto a sceglierlo.
−Anche lei legge qualcosa?
−Io non riesco più a leggere. La vista non mi aiuta, −mi risponde quasi rassegnato. In effetti non indossa occhiali e il suo sguardo è quasi spento.
−Lo sa che ci sono gli audiolibri? Li può anche ascoltare invece di leggerli, −mi precipito ad aggiungere.
−Secondo lei perché vado in giro con questo?
Mi indica il cordoncino che gli ho visto prima e capisco quello che mi vuole comunicare. Dev’essere un bel lavoro mentale quello di rinunciare alla lettura per concedere spazio solo all’ascolto. Questa sì che è resilienza, penso, la capacità di adattarsi a qualsiasi cambiamento pur di sopravvivere. Prova a spiegarmi qualcosa, ma tra un sorriso e l’altro non lo capisco. La sua conversazione è disarticolata e le parole sono più fruscii che lettere. Abbasso la testa per cercare di non mortificarlo e assecondo un discorso che capisco a tratti: bar, famiglia, amici, rispetto, nipoti. Ricompongo i pezzi e penso sia un uomo felice, circondato da una famiglia e amici che lo amano e che lui rispetta e protegge con grande impegno. Ride, quest’uomo, nonostante le gambe tremanti e le braccia cerchino rifugio in due manici di ferro che lo sorreggono. Il suo ottimismo allontana un’immobilità prossima che lo aspetta.
−Denani?
Mi chiamano. Finalmente! Devo andare. Mi scuso ed entro in corsia. Lui, come un treno, riprende nuovamente la sua lenta corsa. Mi aspetta una visita dolorosa, ma sarà l’ultima e sono felice perché la dottoressa che mi riceve è gentile e molto attenta. Con cura mi libererà delle stecche e mi consiglierà come continuare nelle prossime settimane.
Venti minuti dopo è tutto finito, ma prima di uscire dal reparto chiedo se la mia compagna di degenza di due settimane fa è ancora nella stanza dove l’ho lasciata. L’infermiere di turno mi fa cenno di sì e mi permette di andare a trovarla. Appena arrivata la trovo addormentata e borbottante come la sera in cui ho dormito in questo posto. Sorrido, mi limito ad osservarla e raccomando all’infermiere di salutarla. Sembra che qui dentro il tempo si fermi. Scendo le scale saltando e respiro tutta quell’aria che mi è stata negata dalle medicazioni.
Arrivo in macchina e prendo coscienza della bellezza dei profumi che mi circondano. Quasi non ci speravo più. Riacquisto l’olfatto perduto. Il mio pensiero adesso torna al signore di stamattina. Devo mantenere la promessa fattagli: mangiare insieme una buona granita alla fragola. Ho deciso. Andrò al bar del centro dove sono certa mi aspetta insieme alla donna che da cinquanta anni le sta accanto: è un essere intelligente, così l’ha definita. Ci sederemo a un tavolo e continueremo il discorso iniziato qualche ora fa in ospedale: la perdita di tante belle e giovani donne per mano di uomini violenti e senza cuore. Ho voglia di credere che esistono ancora persone vere! Non serve arrivare così in fretta a casa oggi, posso aspettare.





