Massimo Maria Carpinteri, olio su tela cm. 30X30 (2023-24)
IO, (CHE AMO LE COSE SEMPLICI)
SINOSSI:
Questo racconto, “Io, (che amo le cose semplici)”, è una riflessione intensa sulla libertà, il corpo e l’autenticità. Attraverso Andrés, l’autore ci invita a mettere in discussione le norme sociali e le maschere che imponiamo a noi stessi. Il contrasto tra la vita superficiale delle feste e il momento di liberazione fisica ed emotiva sulla terrazza riflette un desiderio profondo di sfuggire alle aspettative altrui e vivere senza restrizioni. La scrittura, carica di immagini potenti e dettagliate, riesce a trasmettere una sensazione di caos e liberazione, invitando il lettore a riconsiderare ciò che conta davvero. La figura di Cristian, che osserva dall’esterno, aggiunge inoltre un livello di complicità e riflessione sull’atto di “vivere” oltre il materiale.
IO, (CHE AMO LE COSE SEMPLICI)
–Aspettami, Andrea: –dice Cristian quasi in cima a quella scala che va sul terrazzo di quell’enorme edificio.
–Enjoy your life, non essere affrettato: –aggiunge ansimante appeso all’ultimo piolo. Andrea è già arrivato.
Con questa banale e ripetuta frase nell’aria, come inventata da un grande saggio o da un esperto psicologo, Andrea tocca il cielo. Vive già da cinque anni all’ultimo piano di quel palazzo che il tempo ha eroso a causa dell’umidità e l’incuranza dei suoi condomini l’ha distrutto quasi completamente. Il filo spinato attorno ricorda i campi di sterminio dove la libertà cede il passo all’assoluta sottomissione.
È appena tornato da una di quelle feste con amici, in cui bisogna alzare un poco il gomito per ritrovarsi, tra bottiglie di vodka e gin. Pochi sono i colori che lo circondano, ma uno in particolare lo avvolge, quasi lo abbracciasse, ed è il colore dell’alba che sveglia uccelli e raduna gatti randagi che la notte ha assopito. Andrea non è salito in ascensore, ma ha recuperato quella vecchia scala di legno, disseminando pezzi della sua nottata su ogni alzata. Le scarpe in cuoio firmate, regalategli da Stefania al suo ultimo compleanno, volteggiano insieme agli occhiali gialli, lasciategli dal collega Tiberio in una scatola sulla scrivania dell’ufficio. Il boater del padre sfida il vento, come un boomerang,
Anche i calzini a mezza gamba sono volati via prima di arrivare alla fine. Andrea ha solo voglia di stare lì, si, proprio lì, al limite, salire su quel muretto di mattoni colorati e stendere le braccia, come fanno gli uccelli con le loro ali. Appena in cima, non guarda attorno, chiude gli occhi e toglie pure gli slip, che rimangono impigliati su un braccio della scala. Scoperte le sue forti e tozze gambe, lascia con sé solo una canotta a righe che protegge il suo petto e sfiora il suo pisello, l’organo più deriso, esaltato e additato dall’essere umano, come il responsabile di qualsiasi male. Eppure, in un pianeta che soffoca tra bottiglie di plastica e residui chimici, ancora rimane lo strumento che genera la vita ed elimina tensioni tra le persone.
Andrea ama il suo corpo nudo e, come fa un bambino, vuole farsi vedere senza vergogne. Ma poi cos’è la vergogna se non una delle invenzioni umane per rendere la bellezza una merce di pochi e una chiacchera di molti. Immobile in quell’unico spazio sgombro da vetri e schegge affilate di bottiglie, respira. Urla alle piccole torri di fronte, alle persone che lo intravvedono dalle finestre socchiuse. È pronto per il grande salto, apre le braccia e ride forte, così forte che i passanti da sotto alzano lo sguardo per capire cosa sta succedendo. Sente la sua voce, gli piace e la alza, come una bandiera in cima al pennone. L’ urlo continua, ancora un’altra nota, fino a quando i polmoni non resistono, le corde vocali si stirano e il culo scoperto si raffredda. Lui ride e non smette perché il segreto non è provarci, ma assaporare il piacere di non voler smettere. E così tra il torpore delle gambe e l’indolenzimento delle braccia, riscopre la sensazione più bella dell’essere vivo, quella di essere un Io che ama le cose semplici senza maschere o filtri.
Cristian, ormai in cima, lo anima a resistere ancora un poco:
–Andrea: –dice, sto per unirmi a quella contagiosa e liberatoria risata. E quando avrò aperto le mie braccia accanto alle tue, allora potremo godere davvero delle cose semplici, amico mio.





