
Testo vincitore sezione narrativa della seconda edizione del concorso letterario contro la violenza di genere “Feminae”. Il racconto è stato inserito nell’antologia dedicata alla Giornata Mondiale contro la violenza di genere, 25 novembre 2025.
L’IMPASTO SEGRETO
SINOSSI:
"La mescola segreta" è un racconto profondamente emotivo e straziante che esplora la complessa connessione tra la vita, la morte e i segreti non detti. Attraverso una narrativa intrecciata con ricordi, dolore e amore, la protagonista, Elisa, affronta la sua lotta più grande in un contesto che va oltre il fisico: il trauma del passato e la possibilità di un futuro incerto per suo figlio. La voce della nonna, come un'eco persistente, aggiunge una dimensione di compassione e tristezza che si mescola con la disperazione. È un racconto che tocca temi di colpa, sacrificio e l'incapacità di lasciar andare ciò che non si può perdonare.
L’IMPASTO SEGRETO
La vedo… sì… aspetta! Metti quella botola celestiale più al centro… L’ho persa dov’ è? ti ho detto che era importante… fammela vedere! Chiudi gli occhi, buon Dio, e fa’ aprire i miei su di lei. Eccola! La sento… ma dov’è? Chi sono tutte quelle persone che la stanno monitorando? Adesso sì. C’è pure quell’imbecille che ha sposato, Giulio. Come al solito ha paura di tutto. Ma cosa è venuto a fare in sala parto? Fatelo uscire!
Elisa sei sdraiata su un lettino bianco; hai già perso molto sangue e non riesci più a spingere. Hai ceduto. Ti prego di non arrenderti. Tutto si può salvare. Tutto ti è ancora concesso. Vedo primari e infermieri a discutere. I tuoi capelli sono madidi di sudore e gli occhi un filo di orizzonte. Elisa sveglia, mi senti? Sono la nonna.
Stamani ti sei alzata molto presto per rimettere a posto gli ultimi regali di Corrado.
−Si chiamerà così −hai detto a Giulio mentre apparecchiavi la tavola. Quel nome ti mette allegria perché ti riporta a quel simpaticissimo telequiz che guardavamo con tuo nonno Luca, nonostante le sue lamentele.
−Oggi mi sento strana, diversa −mi hai confidato mentre Giulio ti salutava da un vetro grigio.
Sai che ti posso ascoltare, anche se non riesci più a ricordare il suono della mia voce da quando mi hai persa, esattamente sei mesi fa in una mattina grigia e fredda. Dormivo quando sei uscita e hai preferito non svegliarmi. Non te lo sei mai perdonato.
Mai divise se continueremo a cercarci: sono state le ultime parole che ti ho scritto su quel pezzo di carta che tieni stretto in uno dei due pugni, all’insaputa di tutti.
Hai scoperto di essere incinta quasi per caso, dopo un controllo del sangue. Sei anemica e così i valori del sangue e del ferro andavano tenuti sotto controllo periodicamente. In ospedale hai visto l’ago, mi hai guardata e, mordendoti le labbra, hai scoperto il braccio. Un conato di vomito ti ha raggiunta. Sei corsa in bagno e hai dato la colpa agli spinaci della sera prima, mangiati di fretta e controvoglia. È bastata, però, l’esperienza decennale del medico del laboratorio per capire che eri incinta, proprio quando avevi chiesto a Giulio una pausa di riflessione.
−Una tregua, una sosta necessaria a questa nostra folle corsa −gli avevi detto. −Proviamoci per un po’. Sento i polmoni scoppiare e mi manca l’aria.
–Quanto un po’?, –aveva risposto lui.
–Non lo so… una settimana… al massimo due.
Eppure, neanche dopo tre giorni hai capito che non potevi perdere il padre di tuo figlio.
Poche volte ti ho visto tanto agitata come dopo il risultato delle analisi. Le tue braccia hanno iniziato a oscillare, come fanno le canne al vento, senza direzione e ti ho detto che Guido aveva il diritto di sapere la verità. Senza esitare hai preso il telefono e, sottovoce, hai cominciato a tessere i fili del tuo futuro.
Quell’uomo non mi piace e lo sai. È sempre distratto dalle banalità della vita altrui e mai dal tuo ampio sorriso. Ma ho dovuto accettarlo per amor tuo, anche quella volta quando, sazio di te, ti ha riaccompagnata a casa per poi uscire con il solito branco. Appena entrata, hai iniziato a raccontarmi la vostra serata senza troppo entusiasmo, come una coppia stanca che non aspetta più sorprese dalla vita. Hai pianto.
−Giulio è stato molto attento −mi hai detto.
Ho riso pensando alla tua ingenuità. Avrei voluto dirti che l’amore, cara Elisa, non si controlla: arriva, ti travolge e non puoi più farne a meno. Ma sono stata zitta.
−Impara solo a non sprecarti −ho precisato.
Mi hai guardata e hai abbassato gli occhi.
Ti ha corteggiata per mesi prima che lo accettassi. Dopo il tuo ennesimo “no”, si è piazzato dietro la vetrina della pasticceria, dove lavoravi e, con un pennarello, ha scritto sulla sua maglietta: solo un caffè.
Quante cose mi hai raccontato, mia dolce Elisa, e quante vorrei me ne raccontassi ancora. Non sopporto vederti distesa su quel lettino, inerme, senza lottare e con gli occhi chiusi. Giulio, stamattina, si è appoggiato sul tuo ventre grande quanto un pallone, sperando di sentire Corrado scalciare. Tu gli hai accarezzato i capelli. Ti commuove quando si comporta come un bambino. Spero che le sue larghe spalle e le braccia muscolose sapranno proteggerlo, e che veglieranno su di lui quelle infermiere disattente che scambiano i braccialetti ai polsi dei neonati. Non tollererei più che ci fosse un imprevisto nella tua vita, e tu sai quanto possono essere terribili.
Serri le gambe ogni volta che ti tornano in mente quelle mani fredde e quel fiato caldo di un pomeriggio d’estate di tredici anni fa, quando tua madre riprese a lavorare e tu restavi con noi nei fine settimana. Dicevi sempre che i momenti più felici li avevi trascorsi con me e con quel compagno di avventure del quartiere che ti veniva a cercare per uscire in bici, appena vedeva andare via la macchina di tuo padre. Vi portavate solo i biscotti che ti preparavo per merenda. Lì fuori vi accompagnava solo il vento tiepido e tanta spensieratezza. La stessa che, maledizione, hai perso quella sera in casa nostra.
Tornata prima del previsto ti sei stupita di non trovarmi. Il silenzio, mi hai detto, ti era sembrato strano. Pochi passi e ti sei accorta di essere sola. Tuo nono russava sulla poltrona di vimini, ignaro dei demoni che lo abitavano. Ti sei avvicinata al frigorifero e hai buttato giù un sorso del succo di melagrana che avevamo fatto insieme. Era fresco e dissetante.
Non hai capito il perché di quelle mani che, come liane pendenti da un albero, ti hanno avvolta e fatta prigioniera. Hai sentito il primo vero dolore. Non hai urlato, non ti sei ribellata. Diceva di amarti. Hai solo aspettato che finisse, immobile come una scopa. Credevi la paura non avesse occhi, né naso, né quell’alito pesante. Sei svenuta. Ti hanno risvegliato le corde acute della mia voce che, come una lupa senza pietà, ha urlato al compagno di una vita di andare via e non tornare mai più.
−È stato solo un noioso e interminabile incontro con la vicina Doris −ho ripetuto mille volte, −Solo un maledettissimo momento di distrazione. Mi ha chiesto di assistere a una riunione di barattoli. Non ci dovevo andare, non ci dovevo andare, continuavo a ripetere.
Ti ho aiutato a rivestirti, senza mai guardarti. Ti ho abbracciato mentre le tue lacrime scorrevano nello stesso spazio in cui tutto era iniziato. Come pedali che girano senza spinta, ho visto scomparire i tuoi pomeriggi con Paul e l’innocenza dei tuoi primi 12 anni.
−Non senti Corrado incastrato nel tuo utero? Devi aprire quegli occhi azzurri che, nelle giornate di sole, si confondono con il cielo. Elisa sveglia! Bisogna pensare al futuro e lasciarsi il passato alle spalle. Hai un bimbo forte in grembo che riuscirà a veder la luce solo se lo aiuti a uscire. Non voglio andarmene come quel pomeriggio e consolarti dopo per ore infinite. Mi hai detto appena mezz’ora fa che ti manco tanto e che io potrei calmare i tuoi dolori. Sono qua mi senti? Parlami ancora.
Quel giorno, invece, sei rimasta zitta. Ti ho lavata e asciugata con cura, e le mie mani non hanno più smesso di accarezzarti. Elisa, non respiri. I dottori discutono animatamente e pensano di chiamare Giulio per firmare dei fogli macchiati di sangue. Auscultano il battito di Corrado: sembra che Lui respiri ancora, ma non può più restare nel tuo ventre.
Hai i capelli sciolti, quando sei solita intrecciarli durante la preparazione dei tuoi biscotti. Sei una buona panettiera e adori affondare le mani nella farina e nell’acqua, come abbiamo fatto anche il fine settimana successivo al fattaccio, quando sei tornata a trovarmi. Non riuscivi a guardarmi, così ho aperto la dispensa ed ho rovesciato della farina sul tavolo.
−Prova a disegnarci sopra qualcosa −ti ho detto. −Poi impastalo e brucialo nel forno.
Dopo pochi secondi, hai iniziato a muovere le tue piccole dita sul tavolo bianco, e da lì è apparsa una forbice aperta. Ho capito che ti sentivi un taglio dentro. Ho chiuso quella forbice e iniziato ad aggrumare i pezzi di farina già imbevuti d’acqua. Abbiamo ripetuto lo stesso rito ogni settimana, fino a quando non ne hai avuto più voglia.
La tua passione ora è preparare biscotti colorati. Dici sempre che la ricetta è personale e la darai solo a tuo figlio. Elisa, neanche il tuo impasto segreto può dare un senso al tuo risveglio? I dottori pensano che il bambino potrà salvarsi se ti inducono un coma farmacologico. Così non opporrai resistenza, e loro agiranno con estrema perizia e altrettanta freddezza.
Elisa, dai…non puoi lasciar fare ad altri ciò che hai voluto ad ogni costo, accettando mesi di immobilità a letto. Apri gli occhi è l’ora di riprenderselo quel tempo, Elisa.
Stirano le tue braccia, vogliono iniettarti quel liquido sonnifero. Pensa ai primi sorrisi di Corrado, ai suoi primi passi, alle letture che lo faranno dormire. Le senti, quelle acque che si agitano? Prova a romperle e dona la vita. Elisa, non voglio ancora gridare. Sono stanca. Sono qui. Sta avendo tutto inizio. Non mollare. Ancora uno…e poi un altro… su…
–Bisogna tagliare! −insiste il primario.
− Dottore, aspetti!… la paziente ha aperto gli occhi.
Alla vista della forbice, l’onda del passato ti travolge. Il nonno è sopra di te, ti tappa la bocca e ansima. Senti il suono della sua cerniera. Non capisci. Le gambe cedono. Vorresti richiuderle, ma non hai forza. Lui è un gigante, un mostro dai mille versi che non sai interpretare. Spinge, rompe e lo fa ancora per mille volte, fino a stancarsi e accasciarsi su di te.
– Mi vedi Elisa? Questa volta non ci sarà nessuno a farti del male. Sono qua, e nessuna forbice può tagliarti. Dai… tocca a te. Spingi!
Finalmente urli.
Corrado è fuori.
Piange.
Io pure.
Adesso non esiste più la paura, mia cara Elisa.
Io torno su, e tu, come sempre, continua a parlarmi.
Buona vita, mia tenera bambina.
Auguri!





