IL SEMAFORO

Racconto premiato e pubblicato nella rivista Writer’s Magazine Italia 48, Delos Books, anno 2017.

IL SEMAFORO

SINOSSI:
«Il Semaforo» è un racconto profondo e commovente. Ritrae con sensibilità la vita di un uomo senza fissa dimora attraverso lo sguardo di una conducente che, poco a poco, risveglia la sua empatia. La narrazione alterna osservazioni critiche e introspezioni, rivelando pregiudizi sociali e la fragilità delle certezze personali. Il personaggio di Claudio è costruito con umanità, lontano dallo stereotipo, e la sua storia espone con crudezza l'ingiustizia, la perdita e la dignità. Penso che il racconto inviti a riflettere sull'indifferenza quotidiana e sul vero valore della lotta silenziosa per sopravvivere. La prosa, vicina e poetica, trasforma una scena urbana comune in una potente lezione di vita.

IL SEMAFORO

Nasci un giorno come tanti. Inizi a vedere il mondo seguendo le forme e il significato che danno altri. È così perché l’hanno deciso. Non sempre c’è una spiegazione. Continui ad allungare e mettere peso. Ascolti le guida degli altri. Hai un’identità, un posto nel mondo. Arrivi a quel semaforo e la storia inizia.

Il suo andare avanti e indietro mi abbassa gli angoli delle labbra. Pantaloni neri di velluto, eppure fa caldo oggi, felpa verde fondo bottiglia, come di quelle che ricordano i fondali di un mare profondo e melmoso. Il cappello copre una criniera bianco–nera, che ruggisce, appena scoperta. Mi allontano con lo sguardo. Ritorno sui suoi passi che mi hanno raggiunta. Mi chiedono un po’ di spiccioli. Ruoto le mie orbite sul finestrino opposto. Al suo sparire dico:

– Non ha dignità!

Poi guardo e penso.

– Qual è la mia?

Un fischio rapido e l’uomo non è più un barbone. Una moto sfreccia. La segue, si distrae. Forse ha sempre sognato di possederne una e conosce tutte le vittorie di Valentino Rossi. Con il suo linguaggio sdentato, magari, davanti alla scatola parlante, insulta l’avversario, che si è affiancato al suo eroe e cerca di deviargli il percorso.

–Vaffanculo, che cazzo fai stronzo! –urla.

Lo stesso linguaggio che gli leggo sulle labbra ogni volta che si avvicina a una macchina. Con un sorriso, chiede di riempire il suo cappello con qualcosa che agli altri avanza, a Lui giova. I miei occhi sono su uno specchietto retrovisore. Si chiedono se quei piedi hanno percorso più strada di me, che, ogni giorno, seguo le stesse corsie, impiego lo stesso tempo e mi rinchiudo da un posto all’altro. Io voglio risultare invisibile a tutti quelli che incontro; il barbone accoglie il prof., il medico, l’avvocato, la casalinga, la poliziotta, l’addetta alle pulizie. Il suo volto si mostra a tutti chiedendo la stessa cosa: soldi.

Ricordo di averlo visto alcuni anni fa, in ginocchio, ad un angolo di questa città. Adesso si è alzato ed è agile. Un aquilone che ha imparato a tagliare il vento, mentre le mie gambe sono dentro una scatola metallica, la mia macchina che corre senza fatica ed io con lei. Basta solo allungare e ritrarre le gambe. A destra e sinistra, le mie braccia ruotano un volante che facilmente raggiunge qualsiasi destinazione. È una sincronia di arti che amoreggiano per ritrovarsi insieme alla fine della corsa. Abbasso il finestrino:

–Come ti chiami? –chiedo senza esitare.

–Sono Claudio, signora, e se mi da un euro le pulisco il vetro una meraviglia –risponde.

–Ti do venti euro, se mi racconti perché hai deciso di vivere all’angolo di queste tre luci –gli dico.

Claudio ha apprezzato l’offerta.

–Se chiede in giro mi conoscono in tanti, basta solo dire, che sono il signore che non si vende –aggiunge.

Mi sorprendo a sentir parlare di onestà. Proprio lui che ho l’impressione che ne vuole rubare una da ogni macchina, che al semaforo riceve la sua benedizione.

–Cosa vuole che le dica, signora, sono povero e senza una casa. Ogni mattina, mi trova qui a salutare tutti –non esita a rivelare qualcosa di sé.

Claudio non sa quanto coraggio ha. Presenta la stessa faccia senza doverla colorare. Non nasconde ansia, occhiaie e tempo che scorre. I miei occhi immaginano le ore del suo tempo che controllano il traffico e i volti della gente. Alle sette e mezza del mattino, le macchine scorrono una dietro l’altra, senza lotta, inclini ad accettare una giornata, ancora, lunga che li aspetta. I sorrisi sono nascosti dal sonno che li accompagna. Pecore docili ricoperte da un vello morbido. Ricordano ancora il calore dei figli, delle mogli o degli amici che li hanno tenuti svegli e protetti durante le ore del silenzio. Alle due del primo pomeriggio i motori rumoreggiano, come stomaci affamati che non giustificano nessuna attesa. Alle otto di sera i volti sono spenti. Gli unici colori che li illuminano sono il rosso dell’attesa, il giallo della vigilanza e il verde della distanza, che si accorcia. Pensano alla giornata ormai finita che, poca traccia, ha lasciato nel loro animo. Odiano il proprio lavoro, le decisioni che hanno preso. In macchina, come camaleonti camuffano il reale con la musica e, appena a casa, la solita risposta giunge rapida: tutto come al solito.  

Claudio inizia a parlare ed io lo ascolto in silenzio, come un bambino prima di addormentarsi. Non c’è più uno scorrere di lancette.

Le sue parole mi aiutano a vederlo in un passato felice quando suona al campanello di un cancello bianco con un enorme cane, che avvista e allontana lo sconosciuto. Siamo nel giardino della signora Alfonzetti, giovane esploratrice delle caverne della Malesia, inesperta nella conservazione delle poche piante del suo lenzuolo verde. Deve tagliare i rami secchi e falciare il prato. La volta scorsa ha scordato di avvolgere con una rete il tronco esile del melograno che, attaccato dalle zampe leste e curiose del cane, ha chiesto pietà per i propri frutti.  È lì come ogni sabato, eppure oggi qualcosa non va. Claudio è accolto dal signor Alfonzetti, che lo licenzia senza esitazione, il giardino potrà fare a meno delle sue cure, dice, e lo accusa del furto avvenuto la notte precedente. Mancano tre falciatrici e l’unico a sapere dove si trovavano è solo lui, insiste il padrone della casa. Arriva come un’onda quell’accusa. L’onesta di Claudio è travolta. La sua identità è cambiata.

–Appena l’ho detto a mia moglie, non mi ha creduto! –mi confessa in lacrime.

–Sapesse signora, quanti giardini ancora avrei pulito per non perderla! Non vederla andar via. Mi disse di ammettere che ero stato io, chiedere scusa e restituire gli elettrodomestici. Ma io non potevo farlo perché non avevo rubato niente. E poi perché rubare? Non mi sono neanche portato via quella catena d’oro di mio padre che mi piaceva tanto. Alla sua morte mamma voleva la tenessi io. Un attimo dopo mia sorella aveva già deciso. Il suo tozzo e grosso collo era stato incoronato. L’ho lasciata fare perché papà ha sempre avuto un debole per le donne.

Claudio mi fa sognare con la descrizione della sua donna. Fianchi che ondeggiano e seni che galleggiano, mentre la guarda per l’ultima volta. Non si è mai piegato alle sue richieste. Lunghi capelli neri che si estendono al vento, una liaison di salvataggio, mai buttato in acqua.

–Non averla più mi ha cambiato e ha cambiato il nostro unico figlio –riprende a parlare.

–Un giorno lo portai nel campo qui vicino, dove ci pisciano i cani e le coppiette lasciano lunghi palloncini colorati che, come bave di lumache, si asciugano al sole. Lo vidi correre tra l’erba alta fino alle ginocchia, buttarsi tra il folto fogliame. Speravo che, in un lancio all’indietro, un colpo potesse fargli sputare il boccone amaro che teneva in petto. Si fermò a guardarmi e, come una saetta arrugginita, le sue parole si infilarono nel mio cuore –papà –disse, io resto fuori a cercare la mamma. Quando è tornato aveva nuove idee e nuovi amici. Non l’ho più visto. So che ha trovato un lavoretto che gli fa passare tutte le fantasie. Ha una casa tutta sua. Me lo dicono alcuni amici miei. Vive al nord, dove ci sono gli extracomunitari ai semafori. Rubano e trattano male le donne. Lui le vede, tutte quelle facce nere, che si sistemano in ogni triangolo di sporcizia. Una volta me ne ha portata una per farmela conoscere. Ho pensato che volesse farmi ridere un po’. Ho smesso di ridere quando se l’è sposata. Io non credo più che una moglie sia ciò che mi serva. L’ho avuta e mi è bastata. Chi potrebbe mai più tornare a vestiti grigi e cravatte blu?

La storia di Claudio mi disarma perché è incompiuta. Roccia che si stacca dalla parete senza lasciare traccia. È spirito che non ha albergo. Claudio ride felice del suo semaforo.

–Il semaforo è il mio compagno più silenzioso e fedele. Tutte le mattine lo trovo ad aspettarmi. Lui non mi abbandona. Continua a strizzarmi l’occhio tutte le volte che si stanca di un colore – aggiunge.

–Mia moglie indossava un vestito rosso quando l’ho conosciuta. Era la più piccola tra le sue amiche e quella che parlava meno. Sapesse quante parole ha imparato prima di fuggire. Non potevo credere che in tutti quei 14 anni insieme si potesse riempire di tutte quelle cattiverie. Come una circense prese la forma di una domatrice, su di me che sono dei pesci. Non conosceva più parole come pietà, perdono e amore. La sua lingua le aveva trasformate in piacere, prepotenza e aspirazione, parole che hanno le stesse iniziali, ma un effetto inverso: corrodono.

Mi rendo conto che riuscire a trovare la via mediana è da equilibristi, sospesi su un filo a cento metri da terra. Cadere non sarà la paura peggiore. È rimanere sospesi che ti avvicina a un paradiso che vuoi raggiungere. Claudio è in sospensione. La sua aria è la mia. È rarefatta, toglie l’udito, appanna la vista. Non esce un urlo. È paura di voltarsi indietro.

Il mio sogno è quello di vederlo correre verso il passato, acchiappare la sua vita, non mollare, tendere i muscoli, sentire le vene quasi scoppiare, sopportare la fatica, ma un clacson suona. È verde. Bisogna lasciar passare l’ennesimo automobilista impaziente che corre verso quell’altro capo della fune. Claudio senza esitazione si mette da parte, regala un sorriso a chi ancora sta in sospensione, su e giu. È luce che si colora ogni giorno, è pietà che recita su una pellicola in bianco e nero. Il nastro scorre in avanti senza sosta e, poi, arriverà la fine. La storia di Claudio mi fa piangere, per tutte le volte che non l’ho guardato negli occhi e detto buongiorno; per tutte le volte che non ho ricambiato il suo sorriso e dato uno spicciolo. Per aver creduto che la dignità è rimanere a guardare e beffarsi degli altri. La storia di Claudio continua e non cambierà col tempo. Alla prossima sosta starò nuovamente ad ascoltarlo. Chi ha il coraggio di lottare ancora, pur di non morire, ha più dignità di me che muoio lentamente ogni giorno pur di non cambiare. Claudio torna al suo semaforo, mi saluta e sventola la banconota appena ricevuta, come la bandiera d’Italia alla vittoria dei mondiali