Massimo Maria Carpinteri, olio su tela cm. 30X60 (2025)
Racconto selezionato e pubblicato nell’antologia edita da Historica Edizioni sul tema “No alla violenza contro le donne”, 2026.
Partecipazione all’11° concorso letterario “Voci di Notte” per opere inedite di narrativa e poesia “Speranza”, 6 settembre 2025
Partecipazione all’11° concorso letterario Premio città di Gravellona Foce. “Emozioni di donna: racconti e vissuti,” 9 marzo 2025
PANTOFOLE ROSA: GINA E CRUSCA
SINOSSI:
«Ciabatte rosa: Gina e Crusca» è un racconto crudo e profondo che esplora il dolore e la resilienza di Francesca, una donna segnata dall'abuso e dalla tragedia. Attraverso le sue urla, l'autrice crea un'atmosfera di straziante perdita e sofferenza. Le ciabatte rosa, Gina e Crusca, rappresentano il suo unico rifugio in un mondo pieno di ricordi traumatici e persone distrutte. La prosa è poetica e commovente, con un'atmosfera di disperazione che si intreccia con lampi di tenerezza, offrendo una riflessione sul soffrire e sulla ricerca della calma interiore.
PANTOFOLE ROSA: GINA E CRUSCA

Francesca ha imparato a urlare. È facile. Riesce a perdere il controllo delle parole appena l’onda della rabbia arriva alla testa. È un uragano di quelli che vede in TV, dove le acque si colorano con sfumature di blu e hanno in cima una bava bianca. Le urla sono un suono stridulo e persuasivo che prende forza dalla potenza di eliche invisibili. Mettono paura a chi le ascolta, ma hanno il privilegio di non trasformarsi in lamentele. È un processo lento e pericoloso, la bocca si spalanca e butta fuori di tutto: macerie di ricordi, ferite non sanate, volti mai dimenticati, paure da superare.
Francesca ha grandi occhi e quando guarda ai suoi errori e orrori non piange, ma urla. Per trent’anni ha ingoiato insulti, come una balena, e spruzzato qualche pisciatina di fastidi dalla sua insignificante voce buona e educata. Lei, di urla, ne ha sentite tante.
La sua mamma urlava perché non conosceva il diritto di contare, suo padre perché maschio e sua nonna era solita associare l’urlo ad un borbottio leggero che, come un motore a vapore, inquinava l’aria di veleni cancerogeni. Emise il suo ultimo urlo quando una macchina la investì sulle strisce pedonali di un asfalto rovente. Finalmente nessuno più l’avrebbe vista.
Stamattina Francesca è scesa in giardino. Ha indossato le sue pantofole rosa e con la sua sgraziata andatura ha iniziato la giornata. Ha chiuso la porta della sua stanza e la sua voce si è confusa con le sinfonie del traffico e con le proteste dei bambini che non vogliono andare a scuola. I volti rancorosi dei più piccoli le ricordano le rivolte dei 20.000 manifestanti raccoltisi davanti al palazzo governativo a Tirana. Allora sì che ci fu un gran urlo! Sua sorella Serena era lì quando la polizia iniziò a usare gli idranti, i lacrimogeni e i manganelli per disperdere quella folla. Non tornò più a casa. La veloce corsa in ospedale non le salvò la vita perché, girata la testa, gli occhi smisero di guardare il mondo.
Anche suo fratello Luis quell’anno urlò tanto a Londra. Le televisioni di tutto il mondo filmarono migliaia di cittadini protestando contro il taglio delle pensioni. Spesso vorrebbe averlo accanto e la promessa fattale da dietro un finestrino di un treno, un giorno saremo di nuovo insieme, non l’ha mantenuta.
Francesca l’italiano l’ha imparato durante il tragitto in barca da Tirana verso Bari e poi un po’ più su, a Roma, dove ha conosciuto i pazzi che urlano. Uomini e donne pieni di insidie, lenti martiri, li ha definiti. Uomini che gli ricordano il padre ubriaco, che oscillano come barconi di immigrati in quell’ edificio chiuso e macchiato alle pareti dove vive anche lei dopo la sepoltura di mamma.
Quanta gente affolla quel luogo, come la signora Renata che, accovacciata sul letto, guarda dalla finestra il lento cadere delle foglie; il signor Bruno che ride sempre, anche quando l’infermiera di turno le infila in bocca le dita per estrargli l’ultimo avanzo di cibo. Non riesce ad ingoiare, soffoca e il cibo lo deve assumere in forma liquida attraverso una cannula. Ha il vizio di mettere le mani nei piatti dei suoi amici di camerata perché spera che poi lo rincorrano e inizino a giocare con lui.
–Prendimi, se ci riesci! −urla all’infermiera mentre inizia a raspare e cadere giù con il pezzo di formaggio in bocca che ha strappato dalle mani di Viola, l’ultima arrivata. Come un toro trafitto da spade affilate, non respira, si accascia e chiede aiuto. Francesca distingue le sue urla dalle altre: acute e pungenti, come una vespa che ti assale e velenose come il pungiglione di uno scorpione che ti entra dentro. Dalla finestra di fronte la signora Clemente la chiama:
−Vieni, vieni Francesca, voglio parlare con te!
Quella piccola e vulnerabile donna crede ancora di stare a casa sua e chiamare Rosina, la figlia che non viene mai a trovarla. Suo marito l’ha lasciata per una trentenne. Le ha detto che con lei ormai era tutto ripetitivo e che i figli e le abitudini avevano reso freddo un fuoco a bassa fiamma. Rimasta sola, da più di dieci anni non esce da lì.
Quante storie in quell’ambiente uguale per tutti, fatto di pareti mancanti di intonaco e di ruggine che ha corroso le giunture delle tubature di ferro. Bocche senza denti e occhi tumefatti, come quelli della madre quando la violenza del padre le offuscò il vivido scintillio della giovinezza. Mamma era diversa. Pestava i piedi quando papà la teneva chiusa in casa.
−Voglio respirare, fammi passare, − era solita ripetere quando quelle mani energumene la bloccavano sul pianerottolo. Francesca, zitta e tremante, da dietro la porta dell’armadio a muro, aspettava che le urla si acquietassero. L’ultima volta che vide sua madre fu nella vasca da bagno, ingiallita e orlata di residuo calcareo, un minuto dopo che l’ultima goccia di sangue svuotasse il suo corpo. Da allora anche lei urla. Francesca è un circuito difettoso che, nonostante i fili perfettamente collegati, manca di un interruttore per spegnersi. Le sue uniche amiche sono Gina e Crusca: le sue pantofole rosa che l’accompagno dappertutto. Hanno suole basse e imbottitura morbida che le riscaldano i piedi dal freddo dell’inverno.
−Dovrò buttarvi via prima o poi, ormai siete troppo piatte e scolorite −ripete spesso−, ma sa perfettamente che non le sostituirebbe mai con un modello in cuoio.
Nel pomeriggio Francesca torna nella sua stanza dove i fantasmi del passato la trascinano dentro l’armadio stretto e soffocante. Ha di nuovo paura quando i ricordi la riportano indietro nel tempo. Da quello spazio ristretto e angusto lancia la prima pantofola, Gina, che arriva sotto il letto, dove rimaneva anche lei per ore prima che qualcuno la notasse e la facesse uscire. Vuole mettere in fuga il padre che è lì ad aspettarla. Non tornerà più da lui. Non sentirà più le sue minacce:
–Devi fare quello che ti dico io, puttanella! Non piangere!
Lì dentro nell’armadio è al sicuro. Papà non la prenderà più a calci, non la picchierà, non scaricherà la sua rabbia su di lei. Apre un poco l’anta del suo rifugio e scaraventa anche l’altra pantofola fuori, Crusca, che rimane incastrata tra il comò e la sedia di vimini, dove Francesca poggia la sua borsa. Quei due punti rosa nella stanza restano lì per ore fino a quando la fame morde più degli urli e Francesca ritrova la calma. Esce dall’armadio e recupera le sue pantofole.
Anche stasera ha sfogato la sua dose di passato, sperando che ogni volta quell’ampolla di dolore si svuoti. Si ripete che il suo presente è qui, nei sorrisi della signora Clemente o nella corsa del signor Bruno. È qui tra gente che non ha più niente da raccontare, eppure è piena di storie. Gina e Crusca le ricordano che, quando il nero della notte si allea al dolore più profondo, il rosa è quella sfumatura che rida speranza a una donna.





