IL VOLO DEL PESCE
Sono seduta sul mio balcone e vedo in lontananza Federico sopra un albero, anche da qui sento la sua voce.
-Mamma, guarda come vedo il mondo da quassù! Sono appena due metri e mezzo e tutto è già diverso. Sono tra insetti, rami e nuovi germogli. Quanta nuova vita alberga su questi alberi! Però è stretto bene questo nodo? Non sarà che poi dovrò rifarlo perché non mi regge?
-Mamma, ho scordato di dirti che domani ho palestra alle otto e quindi non devi lasciare la pentola sul fuoco per buttare la pasta quando arrivo. Non mi sono portato neanche il nuovo borsello che mia sorella ha lasciato sul letto, con accanto un biglietto: “al mio stronzo preferito, così la prossima volta non mi lasci i tuoi libri nella borsa” Mitica lei, come sempre!
Federico è salito sul siliquastro, un arbusto che conosce sin da piccolo, quando accompagnava i suoi genitori durante le lunghe passeggiate all’aria aperta. Si trova non molto lontano dal centro della città e la sensazione che prova, ogni volta che sta lassù tra i rami più alti, è quella di pace e concentrazione. Ha con sé un manuale dei nodi e sta leggendo le istruzioni per il nodo scorsolo. Stringe forte il capo della corda sulla corda stessa, lo serra tirando l’estremità libera, mentre l’occhiello si chiude in risposta alla tensione della stessa. Controlla se le punte penzolano esattamente uguali e avvolge un fazzoletto con sopra il suo nome, in modo tale che il vento lo sventoli. Posso di nuovo sentirlo, ma ha pensieri vaghi.
-Adesso devo riprendere con quella maledetta storia che non mi lascia dormire. Le ho detto che non avevo nessuna intenzione di ferirla, bastava che mi lasciasse terminare. Sono sicuro che avrebbe capito quella parola lì, in sospeso, “vergognati!”. No, non è come tu pensi, tesoro, non sono arrabbiato perché sei uscita con le tue amiche, ma mi sono sentito solo sabato sera. Se ti fossi fermata ad ascoltarmi avresti capito meglio a cosa mi stavo riferendo. Ma non c’eri più dopo la prima parola. Proverò a chiamarti. Magari riuscirai a trovare dieci minuti all’uscita della lezione di danza per parlarmi.
-La prof di spagnolo oggi ci ha comunicato che faremo la verifica domani, senza neanche averci spiegato l’ultima regola. Dev’essere strano quel mondo lì, dove mamma tutte le mattine va con il sorriso e torna sempre con qualche lamentela. Da grande non mi importerà sapere i voti dei miei figli perché un numero è solo un verme che assume mille forme su un foglio bianco. Se sta all’insù o all’ingiù dipende dalla posizione che meglio lo fa riposare. L’ acceso al registro elettronico è poi così noioso, come dice mamma. Apri, inserisci la password e a una lista di nomi affiancano una lista di numeri. Mai una lezione con musica o un video divertente, che semplifichi la spiegazione. Questo tutorial che ho scaricato da internet per fare il nodo, invece, è chiarissimo e dà dei consigli su come eliminare i piccoli inconvenienti durante il mio volo.
- Per il sudore alle mani, borotalco.
- Per i fremiti alla schiena, un respiro profondo.
- Per le incertezze e titubanze, pensare a qualcosa di allegro.
-Accidenti a questo gioco, che ho incontrato quasi per caso, quando papà mi ha lasciato a casa perché dovevo riflettere su ciò che ho combinato il giorno del mio compleanno. Non ho mai ridotto casa nostra in quello stato. Credo che stavolta mamma mi sequestrerà il motorino per un mese, dopo aver trovato vodka e gin sul tappeto nuovo del salone.
-Come faccio a spiegarle i vuoti dentro? Non mi abbandonano mai. Dicono che durante l’adolescenza sono normali e frequenti e che bisogna solo aspettare, che presto passeranno. E poi, cosa avrà mai di speciale questa fase della vita se non crea altro che paure? Non la comprendo. Eppure, i grandi pagherebbero per tornare indietro. Ho ragione quando dico che loro non mi possono capire. Il mondo è più semplice con lo smartphone e bastano dita veloci su una piccola tastiera per risolvere tutto. Non serve cercare amici quando li puoi portare con te in una scatolina, che occupa lo spazio di un pacchetto di sigarette. A proposito, ho scordato l’accendino sul bancone del bar. Chissà se lo mettono da parte? Adesso finisco di stringere le punte della corda, come ho visto nel video, e poi passo a riprenderlo.
-Sembra che questo occhio non voglia sanare. Non dovevo accettare quella scommessa. Quei bastardi sanno sempre come vincere. Porca miseria gli avevo detto che la lametta arrugginita non dovevano usarla. Quando non riesco a fare quello che vogliono mi riducono molto male. Hanno esagerato. Stavolta, però, è solo un salto. Che vuoi che sia dopo averne fatti tanti! Adesso glielo farò vedere io chi ha più coraggio.
-A proposito, dove dovevamo andare stasera con i miei? Mi ricordo solo le parole di papà, “non fare tardi perché l’ultima volta ci hanno rimproverato”. Però, cazzo, è possibile che devo ancora stare con loro e seguirli dappertutto? Io non ci voglio andare! Loro si mettono a parlare di politica, le mamme di cucina ed io all’angolo a giocare con il mio telefono. Quante stronzate sanno i grandi! Io sarò diverso, non vorrò sapere niente di governi e viaggerò per il mondo. Basta poco per essere felici. Una ricarica del telefono, il mio East pack e 50 euro in tasca. A che serve avere una casa grande, dove mamma passa tutto il suo tempo libero a pulirla. L’altro giorno l’ho vista piegata sulla scala e le avrei voluto togliere lo straccio dalle mani e metterle il mio auricolare Bluetooth per farla ballare. Mia madre deve scordare quell’ospedale, i nuovi controlli che dovrà fare per quel maledetto nodulo al seno destro che continua ad apparire.
E così tra lunghe riflessioni e momenti di smarrimento Federico continua nel suo intento, senza smettere di parlare.
-Il cappio sembra perfetto però manca l’ultimo giro. Devo solo stringerlo quando si poggerà sul collo. La scommessa è già praticamente vinta. Non mi serve più la loro compagnia. Da domani vorrò andare a scuola senza il mio iPhone. Vediamo se riesco ad essere come mamma vuole, un figlio studioso e con tanti buoni voti. A scuola non vali niente se i professori mettono un voto basso. Io li ho visti quelli lì quando accompagnano le loro mogli al lavoro o i loro figli a scuola. Hanno musi lunghi e facce contrariate. Nessuno mai più mi farà fare qualcosa contro il mio volere!
-Le vacanze si avvicinano e voglio vedere felice la mamma. È sempre pensierosa ed è per questo che preferisco distrarmi con i video giochi pur di non raccontarle come mi sono sentito quando ho saputo che doveva ricominciare con le medicine.
-Scendo un attimo per infilarmi la maglietta bianca con la scritta: “sono felice di essere gay” e risalgo. Finalmente potrò dichiararlo pubblicamente. Non dicono che sono il più strano della classe? Ma non può essere! L’ho lasciata sul sedile del motorino. Ah, no! Eccola! Appena scendo mi infilo la felpa della Pyrex perché oggi soffia un vento freddo e rischio di raffreddarmi. Non voglio avere mal di gola mentre gioca la Pegaso. Merda! Da quassù fa proprio paura vedere ciò che c’è sotto. Questa città è ormai ridotta a un mondezzaio con cartacce e bottiglie di plastica dappertutto.
Federico ha smesso di manovrare sull’albero, ma io ancora lo sento.
-Ci sono! Adesso metto il cappio attorno al collo, afferro le due parti e al mio tre mi lascio andare. Aspetta, ma il lato destro è uguale al sinistro? Cosa diceva in caso di soffocamento? Ah, ecco! Allentare una delle due estremità. Al mio tre mi lascio andare per pochi secondi, afferro il mio iPhone, scatto la foto, la invio su Instagram e ritorno sul ramo alla mia sinistra. Un gioco da bambini scemi. Tutto calcolato!
Mi arriva il suo segnale di partenza.
-Uno…due…tre.
Non lo sento bene. Si è fermato. Gli cade il telefonino. Gli occhi si chiudono. Mi arriva il suo affanno. Prova a togliersi la corda, ma non ci riesce. Penzola, come fa un pesce su una canna da pesca.
-Mamma, voglio la tua risata, la tua faccia buffa quando mi solletichi sotto le coperte.
-Portami ancora il caffè a letto, mamma.
-Mamma…mamma…mamma, sono qui!
– Toglimi questo nodo!
-Qualcosa sta andando storto!
-Non riesco a sentirti, mamma!
-Mamma, dai, fai presto!
-Cercami!
-Ti sto aspettando!
-Non tardare, per favore!
Federico tace, non lo sento più, mentre la bandana sventola il suo nome.





