SUORE CON VESTI D’ANGELO E LUNGA CODA
SINOSSI:
Questo racconto presenta una storia profondamente commovente sulla lotta per la sopravvivenza e la ricerca d’identità di fronte a un passato traumatico. Attraverso la figura di Amedeo, il testo esplora la crudeltà della negligenza e dell’abuso infantile in un orfanotrofio, in contrasto con la resilienza e il desiderio di ricostruire la propria vita. La prosa, intrisa di dolore e riflessione, riflette non solo la sofferenza fisica ed emotiva del protagonista, ma anche una critica alle istituzioni che perpetuano il dolore sotto la maschera della religione. Il tono sincero e diretto di Amedeo trasmette una forza ispiratrice, ricordando che la guarigione non sempre nasce dalla memoria, ma dalla volontà di andare avanti. Tuttavia, il racconto lascia anche una sensazione d’angoscia, invitando a chiedersi fino a che punto le cicatrici del passato possano davvero essere superate.
SUORE CON VESTI D’ANGELO E LUNGA CODA
Si riesce a ritrovare sé stessi dopo aver perso tutto? Non è facile senza lasciarsi andare a forme di consolazione nocive: alcol, droga, isolamento, rancore, vendetta e non si finirebbe di elencare i possibili modi di farsi del male, ma, c’è chi ci riesce e, per questo motivo, merita di stare nell’auditorium di una scuola del centro, davanti a un pubblico di giovani, a raccontare la sua storia.
Amedeo soffre di artrite reumatoide e non può sollevare la testa come faceva prima, ma pur guardando verso il basso può ancora volgere lo sguardo verso i giovani per aiutarli nella ricerca di un cammino diverso dalla solitudine o dalla disperazione. Parla spesso della sua vita e non perché abbia voglia di ricordare, ma solo per allontanare un passato che potrebbe ritornare.
Sesto di sette figli non ha avuto momenti felici con sua madre perché a cinque anni il padre decise di abbandonare tutti e sette i figli dietro le porte di un orfanotrofio, solo due giorni dopo la morte della moglie.
−Neanche un ricordo lontano? −chiede una ragazza seduta nelle ultime file, con indosso una sciarpa di colore rosso.
−No, neanche uno perché anche se qualcuno ancora ci fosse non vorrei tenerlo con me. Non servirebbe a consolarmi dei tanti giorni senza memoria. Mio padre fu un uomo molto violento e con fare duro e spietato si disfò di noi, solo bocche da sfamare, senza nessun rimordimento. Una notte di un rigido inverno ci lasciò dietro i cancelli di ferro di un edificio vecchio e con sbarre alle finestre gestito da suore con vesti d’angelo e lunga coda, chiamato orfanotrofio, senza più tornare a riprenderci.
Non sono mai riuscito a chiamare i miei fratelli con il loro nome lì dentro perché eravamo solo numeri che apparivano su logore magliette. Ricordo solo di essere crollato tra le braccia di mio fratello numero due quella maledetta notte e di aver visto piangere mio fratello numero quattro, di appena tre anni più grande. Quando ci svegliammo eravamo circondati da un centinaio di bambini che in silenzio aspettavano un pezzo di pane e una scodella di latte tiepido per sciogliere il freddo della nottata.
Si è soliti dire che la vita va veloce, ma in quel posto angusto e bigotto il tempo sembrava essersi fermato dietro le mani rapide delle suore che non elemosinavano colpi di bastone su ragazzi ribelli in piena pubertà o su fanciulli impauriti e in totale sottomissione. Neanche il pianto dei più piccoli le fermava: “L’albero si raddrizza quando è piccolo”, dicevano ad ogni colpo sulla schiena.
Ogni dieci giorni venivamo portati sotto le docce e lavati con la forza. L’ acqua era gelida e le tubature arrugginite, ma nessuno poteva uscire a giocare in cortile se prima la mano ruvida della suora Catia non accertava che ogni corpo fosse privo di infezioni o segni di sporcizia. Nudi e infreddoliti ci toccava con desiderio e piacere e alcuni di noi venivano rispediti alle docce perché sporchi ai suoi occhi. E così di nuovo ad insaponarsi con quel pezzo di duro sapone che scivolava tra le mani delle due file dirimpettaie, senza nessuna distinzione tra piccoli e grandi. Le ragazze-bimbe venivano lavate in una stanza più interna dell’edificio e controllate costantemente. Nessuno doveva mettere gli occhi su seni che spuntavano appena o su corpi generosamente pronti a dare nuova vita.
−E la fede e la preghiera a cosa servivano? −continuano a ripetere i ragazzi.
−A chi mi chiede se credo in Dio rispondo che non ha vesti da suora o frate, ma pantaloncini corti e maglietta strappata, sia in estate che in inverno, uguali ai nostri miseri vestiti.
Amedeo parla senza risparmiarsi davanti a quegli occhi attenti e spiega com’è riuscito a fuggire all’età di 14 anni da quell’inferno, durante la visita natalizia del sindaco. Mentre le suore erano indaffarate a mostrare i loro insegnamenti, lui percorse in fretta il lungo corridoio che divideva la cucina dal dormitorio, scivolò sotto il cancello semiaperto e si nascose dietro un cespuglio. Con in tasca l’indirizzo della sorella numero tre corse per ore per non farsi trovare. Rimase con lei due anni e poi fu cacciato via. Tutte le mattine pascolava pecore e capre senza ricevere un soldo in cambio. Al tramonto era pieno di forti dolori alle ossa. Nessuno volle farci caso fino a quando rimase immobile su una pietra e fu trovato quasi incosciente sotto un albero. Trascorse più di due settimane in ospedale e quando uscì niente più animali o temperature gelide e, neppure, un tetto dove stare. Dopo tre giorni, chiuso in una carcassa d’auto abbandonata, Ernesto, un vecchio amico di mamma, gli offrì un lavoro come garzone nella sua bottega e lo portò a casa sua. A volte riceveva anche un premio per la sua instancabile passione per il lavoro e andava a bere una bibita giù in paese o invitava una ragazza a ballare.
A diciotto anni, come un obbediente soldato, partì per il servizio di leva, portandosi dietro un bacio e un ti aspetto di Costanza, la figlia di Ernesto, che durante la sua assenza pianificò un futuro insieme.
Sebbene vi piacerebbe sentire un lieto fine e l’inizio di una favola, la storia ha ben altro da raccontare, come la perdita del mio primo e unico figlio e la triste sepoltura di mio padre dopo averlo ritrovato agonizzante in un materasso vecchio e pieni di buchi nelle campagne dove eravamo nati.
−Sembra quasi un racconto inventato, possibile tanta sofferenza dentro una sola vita? −esclama sarcastico un ragazzo in terza fila.
−Magari potessi smentirti, ma ancora oggi non ci riesco. Mio fratello numero sette ha ceduto al dolore e spesso lo vedo barcollare per le strade del paese: ubriaco per non ricordare. Era un bimbo piagnucolone e triste, a cui veniva data mezza tazza di latte e appena una fetta di pane.
Ho sotterrato mio padre un giovedì del mese di marzo, solo, davanti alla sua fossa, né una lacrima. Numero uno non l’ho mai più incontrato, numero due so che è andato all’estero con una donna polacca, numero tre ha deciso di non venire, numero quattro odia sentir parlare di papà, numero cinque non la riconosco più. Quando nessuno ti ha dato un valore si rimane solo numeri. Il mio sarà sempre il sesto. Voi, però, fate in modo che i vostri valgano e siano ricordati.
Tutti hanno smesso di fare domande. Un forte applauso rompe quel silenzio commovente che è sceso nella sala. Amedeo, finalmente, piange.





