UTILE O IMPORTANTE?

RACCONTO PREMIATO e inserito nell’antologia del Concorso letterario:

Storie di donne-2025 XX edizione

UTILE O IMPORTANTE?

SINOSSI:
Il racconto "L’utile o l’importante" esplora la vita di Ismene, una donna che, nonostante i grandi traguardi professionali raggiunti come ricercatrice ed esploratrice, si confronta con il dubbio se la sua vita sia stata davvero piena. La narrazione mette in contrasto l’utilità del lavoro e dei successi materiali con ciò che dà veramente significato all’esistenza: le relazioni e le esperienze personali. Attraverso la riflessione di Ismene, il racconto invita a interrogarsi se il successo professionale possa sostituire il bisogno di legami affettivi e di maternità, mostrando la complessità delle scelte di vita. La prosa è evocativa e ci immerge nei dilemmi interiori della protagonista, in equilibrio tra la soddisfazione professionale e il senso di vuoto emotivo.

UTILE O IMPORTANTE?

Il risultato di una vita non è ciò che di utile ci si è guadagnati, ma ciò che di importante continua dopo i nostri sforzi.

Ismene, lontana dai riflettori del successo, non rimpiange il passato, anche se un’insicurezza l’accompagna già da qualche tempo. È stata una ricercatrice ed esploratrice delle viscere terrestri, ma il suo ventre è rimasto vuoto, come il guscio di un uovo svuotato del suo contenuto.

È nata in una famiglia agiata di un’Italia in piena ricostruzione post-bellica. Con forza e determinazione ha deciso di essere l’artefice del proprio futuro per allontanarsi dalla miseria e la grettezza che la circondavano. Da piccola le fu concesso di essere libera, di decidere ed ignorare i ruoli di genere, ben radicati nella sua famiglia. Non c’erano mezze misure per i maschi: bianco o nero e le sfumature erano da condannare o deridere.

Fin dai primi vagiti il padre capì che era diversa dai suoi fratelli e che la sua intelligenza andava valorizzata. Le permetteva di trascorrere intere giornate nella biblioteca di casa sfogliando volumi troppo grandi per le sue magre gambe. Lei, instancabile, divorava manuali di botanica e le passeggiate nel giardino del nonno Nardo erano un’avventura alla Indiana Jones.

Nella casa estiva di campagna si alzava alle grida di nonna Assunta, che già dalle prime luci del mattino dirigeva le nuove arrivate in cucina per la preparazione delle conserve autunnali. Adorava quella vecchia di soli 60 anni, non più in età per fare figli, con capelli bianchi e costretta a mansioni minori paragonati a quelli della figlia Lia. Era suo compito preparare le conserve, dopo la raccolta della frutta stagionale: fichi, fichidindia, prugne, pesche ed albicocche.  Riusciva a tirare fuori un vocione da camionista in delirio ogni volta che qualcuna sbagliava la misura dei vasetti: piccolie trasparenti per le marmellate e grandi e in vetro scuro per le confetture e le gelatine. Nonostante fosse mingherlina e incurvata non riposava mai. Diceva che non ne aveva bisogno perché il lavoro non la stancava. Il sonnellino del pomeriggio era per chi svolgeva lavori duri nei campi. Non si risparmiava in niente. Sapeva che quando le temperature insopportabili dell’estate diminuivano grandi e piccini andavano a chiederle un vasetto e a darle un forte abbraccio.  L’idea di sentirsi necessaria le restituiva un ruolo perso in una famiglia dove ognuno era cresciuto troppo in fretta e con idee tutte strane, rispetto ai semplici insegnamenti ricevuti.

Ismene era la piccola di casa.  A tre anni andava in bici da sola e a sei aveva già il permesso di trascorrere ore nella stanza privata del papà, quella dove si trovava un cannocchiale, tantissime maschere africane e pietre di forme e colori incantevoli. Quei piccoli frammenti di roccia la conducevano verso luoghi immaginari dove sognava di sfidare le intemperie della natura ed estrarre un minerale nuovo da riporre nella piccola borsa di cuoio, regalatale dal padre. Seduta sulla grande poltrona verde della sala, chiudeva gli occhi e si trasformava nella protagonista di meravigliose avventure. Niente la spaventava né la sofferenza, né i graffi, né un mondo pieno di pericoli.

Appena finito il liceo disse che avrebbe studiato fuori, viaggiato e scritto dettagliatamente nei suoi diari di bordo i risultati delle sue ricerche. E così fu, il coraggio e la sete di sapere non le mancarono mai. “Osare e sfidare” era il suo motto. Non ci sarebbe stato tempo per gli altri, ma solo per le sue investigazioni che l’avrebbero portata a riempire sale e ad attirare l’attenzione di imprese farmaceutiche. Per nulla al mondo avrebbe accettato un compromesso o un ritorno a casa.

Eppure, bastò una stretta di mano per farla vacillare. Quando l’amore arriva qualsiasi ragionamento finisce per avere una sua logica e come su una pista da sci perdi il controllo. Scendi in picchiata e non sai quando e dove ti fermerai. All’inizio furono sguardi e mezze parole, poi perse ogni contatto con la realtà. La sua vita cambiò. Iniziò a mentire a sé stessa e agli altri, finse di non capire, allontanò i brividi, le farfalle allo stomaco e i rossori, ma il desiderio di quell’uomo era più forte di qualsiasi fuga. Poche escursioni insieme la portarono dritta alle sue braccia. Per la prima volta si sentiva completa. Tutto poteva attendere. Tutto passò in secondo piano. Il tempo iniziò ad avere valore solo quando stava con lui. Insieme visitavano posti inesplorati, si accampavano in territori isolati e spesso partivano in missione per diversi giorni con appena il necessario per sopravvivere. L’ importante era stare l’uno accanto all’altro.

Quell’uomo dai tratti duri e la voce cupa la portava lungo stretti corridoi di roccia e caverne sotterranee. Niente poteva metterle paura se la mano forte di lui trovava sempre quella tremante di lei.

Xavier era l’indomabile. Era cresciuto in mezzo alla strada. La mamma era sempre al lavoro in un’altra città e la nonna si era spenta come una candela con l’arrivo delle prime piogge di un freddo autunno. Si ritrovò solo e con tanta fame a solo 15 anni. Dopo un paio di giorni seduto sugli scalini di una chiesa a chiedere qualcosa da mangiare, decise di scendere nelle miniere a due km da casa sua, dove le sue mani distinguevano una roccia ignea da una sedimentaria o una metamorfica. Era più di gesti che di parole e se il corpo era sufficiente per comunicare perché sprecare fiato?

Dopo pochi anni nelle miniere decise di cambiare lavoro. Formò parte dei primi esploratori di grotte e differenziò minerali e materiali erosivi e corrosivi trascinati da lunghi corsi d’acqua. Inghiottì profonde grotte verticali e attraversò in tirolese grandi marmitte.

Quando la vide per la prima volta era già un affermato capo squadra in missione per le cave del territorio. L’abisso delle Gole del Cipollaro fu la prova che quella donna poteva stargli accanto per tutta la vita perché strettoie, pozzi con pericolo di caduta di pietre e settori fangosi non la misero in fuga. Al contrario, quando tutti iniziarono a salutarsi per andare a casa, lei era ancora lì ad esplorare la flora della cavità.

Ancora oggi si ritrovano spesso a parlare seduti sul divano di casa delle tante spedizioni internazionali fatte in giro per il mondo, ma sempre più spesso Ismene si chiede se quel carico di sogni abbia compromesso un futuro importante. Dice spesso: -io ho avuto la vita che volevo, ma per quanto in prima fila ci siano stati obiettivi professionali, adesso penso che un figlio avrebbe reso più completa la mia esistenza.

Ha preso a morsi la sua professione, ma non ha mai ingoiato quei bocconi amari che vanno giù quando cresci un figlio. Quei segni sul viso oggi rappresenterebbero battaglie vinte. Tra le tante porte chiuse che le si sono presentate davanti, alcune le ha aperte, altre le ha tralasciate per mancanza di coraggio. Ma chi ce l’ha quando ci si ritrova in braccio un fagottino avvolto in una copertina gialla che chiede solo attenzione? Se una birra e una sigaretta ancora non le bastano per non pensarci, forse ci si poteva davvero provare.