CONFLITTI
SINOSSI:
Questo racconto è una profonda riflessione sul dolore umano, sull’incomunicabilità e sull’impossibilità di redenzione quando il passato continua a sanguinare. Attraverso una narratrice empatica, il racconto mostra la lotta interiore di Velia, una giovane intrappolata tra la ribellione e il vuoto, incapace di accettare aiuto o affetto. La prosa è densa e poetica, con immagini potenti che trasmettono il peso della prigionia fisica ed emotiva. L’atmosfera oppressiva del luogo rafforza il conflitto interiore dei personaggi. Il rapporto tra le due donne, segnato dal silenzio e dalla frustrazione, riflette la difficoltà di raggiungere l’altro quando il dolore ha indurito l’anima. È un testo intenso, introspettivo e profondamente umano.
CONFLITTI
Si chiamano conflitti. Ognuno respira, batte e si alimenta della propria forza. Nessuno può entrarvi dentro, se non l’avversario. A qualsiasi reazione c’è sempre una spiegazione contraria.
La porta si chiude e lo scricchiolio è così intenso che i peli delle braccia mi si drizzano. Seguo con assoluto silenzio i passi di quella signora di media altezza, con capelli raccolti sulla nuca immobilizzati dal suo cappello da divisa. Non mi guarda, avanza con fare meccanico lungo il corridoio che sembra un kinder bueno: pezzi identici uniti da un sottile strato di aria pesante. Dopo aver superato i tre segmenti uguali arriviamo a una cella piccola, umida e sporca. L’odore di aria stagnante e viziata mi disgusta. Ho quasi paura ad entrare. Una branda arrugginita, un water scheggiato e un lavandino sporco è tutto ciò che c’è.
−Ciao, mi chiamo Antonia e sono qui per parlare con te, se ti va.
Nessuna risposta, neanche uno sbattere di ciglia, solo altro silenzio. La guardia fuori dalla cella rivolge i suoi occhi al tetto. Non le interessi. Per lei sei solo una matta da legare.
Torno nella cella dopo due giorni e poi la settimana dopo. Tutto è rimasto uguale dall’ultima volta, se non fosse per quei pochi raggi di sole che arrivano dalla finestrella sulla destra e disegnano sbarre di luci su pareti ingiallite. Mi siedo. Aspetto. Ti rispetto. Accetto. Prometto di tornare. Vado via. L’aria è sempre uguale: ferma.
Oggi ho deciso di rimanere fino a quando le mani non mi si bloccano per l’inoperatività e il corpo avrà bisogno di sgranchirsi per l’attesa. Neanche stavolta cambia qualcosa, la mia presenza è ingombrante. Eppure, dai un passo verso di me, ti siedi accanto e mi guardi. I tuoi occhi sono due cicatrici aperte. Inizi a scontrarti con un mondo che non conosci e ad ogni ostacolo ti ribelli, ma non cambi. Non vuoi ragionare, ma solo protestare. Sei fuggita di casa, certa che lì fuori tutto sarebbe stato più facile. La tua fuga è stata l’unica via di salvezza da una vita che non ha mai capito. Ti giri, mi dai le spalle rotonde. Ancora silenzio.
È natale! Sono già passati tre mesi da quando ti ho conosciuta.
−Possiamo almeno scambiarci gli auguri? –chiedo quasi con un filo di voce. Neanche il Natale ti convince. Un poliziotto fuori mi confessa che dall’ultima volta che ci siamo viste hai iniziato a imprecare contro tutti e tutto. Attirare l’attenzione degli altri ti fa sentire forte, finalmente hai un ruolo. Sputi fuori parolacce, imprechi e ti metti addosso un acorazza che ti rende arrogante e presuntuosa. Non sai fare del male, ma cerchi la paura, lo scontro per sentirti viva.
Non mi ascolti, come sempre giochi a fare la forte. Rifiuti l’amore come se fosse veleno. Per te l’amore è solo una valvola di sfogo che si chiude dopo l’orgasmo. Sei diventata egoista e ribelle. Taci davanti al dolore e urli davanti ai complimenti.
Questa mattina ti ho detto prima di andarmene:
−Ho deciso di non venire più a trovarti, dopo tre anni non ho più risorse per aiutarti. Per la prima volta mi guardi in faccia. Sei stanca di combattere, ma il tuo giovane corpo ancora non accetta la fatica. Finalmente parli. La tua voce sembra un fiume in piena che trascina macerie: situazioni difficili, violenze, abusi. Credi che l’unico modo di mettere a tacere il passato sia la fuga, anche se non hai ancora capito che più strada si percorre, più vicini si rimane al problema. Ti guardo, tendo la mano, ma non vuoi aiuto, chiedi una soluzione a un insieme di emozioni contrastanti che non hai ancora risolto. Non ami ricordare e aspetti che il tempo ti faccia scordare l’accaduto. Dici che gli altri non capirebbero, che il tempo ti darà ragione e che la verità trova sempre la strada per venire a galla, ma la tua mente è solo un caos, un vortice senza bussola.
Mi alzo lentamente, ti lascio nel tuo conflitto e mi porto nel cuore queste parole: −A noi esseri complicati ci è stata negata la felicità perché abbiamo, con molta calma, sparato a chi ci ha generato.
Non ho più rivisto Velia, ma ogni notte quando chiudo gli occhi, la immagino in compagnia del suo nemico: il tormento, sperando che presto arrivi qualcosa o qualcuno che riesca a rompere il suo silenzio.





