IL SIGNOR ANSELMO PERDE SPESSO LA TESTA

Massimo Maria Carpinteri, olio su tela cm. 30X60 (2025)

IL SIGNOR ANSELMO PERDE SPESSO LA TESTA

SINOSSI:
Questo racconto è un pezzo breve ma profondamente emotivo, che intreccia con delicatezza la perdita, la memoria e l'immaginazione come forme di resistenza all'oblio. La figura del signor Anselmo, tenera e poetica, diventa un simbolo del legame tra il vissuto e il sognato. La narrazione intima e sensibile dell'autore si sposta tra il reale e l'onirico senza sforzo, riuscendo a commuovere senza cadere nel drammatico. Il dialogo interiore con il passato e il futuro incornicia la storia con una dimensione filosofica sottile. Nel complesso, è un racconto tenero, riflessivo e molto umano.

IL SIGNOR ANSELMO PERDE SPESSO LA TESTA

A metà della nostra vita può succedere che le due parti inscindibili che ci rappresentano, il passato e il futuro, dialoghino tra di loro.

Il secondo chiede al primo: −cosa sarà del resto che ancora mi spetta?

 −Non avere fretta, vivi anche oggi e se dovessi smarrirti tieni saldo il filo dei ricordi e mi raggiungerai. A volte bisogna lasciare andare la testa per continuare a raccontare −risponde il secondo.

L’ho rivisto per caso correndo tra i viali del mio quartiere. Era concentrato su qualcosa o su qualcuno, non saprei bene.

−Buongiorno scusi, non l’avevo riconosciuta.

Indossa un cappello ed ha pochi capelli marroni che neanche il tempo ha imbiancato. Io sono sudata mentre lui indossa una sciarpa colorata che si interpone tra un corpo stanco e una mente sveglia. È felice, passeggia. Io pensierosa cerco di recuperare il fiato prima di tornare a casa.

−Non corre più? −sento alle mie spalle. Mi giro e lo riconosco. È il signor Alselmo.

−Per oggi basta, altrimenti rischio di non alzarmi domani mattina. Ma lei come sta’? È tanto che non la vedo in giro.

− Tutto sommato bene. È un caso che mi trovi qui. Scendo poco dal mio balcone, quello laggiù, al quinto piano dell’edificio di fronte −mi indica con il suo bastone.

−Se vuole oggi l’accompagno io, e, magari, mi fa ascoltare quel disco di musica argentina che le piace tanto.

Anselmo è il vecchietto più simpatico del quartiere e tutti quelli che lo conoscono sanno che non bisogna spaventarlo, ma semplicemente ricondurlo a casa. È alto, con occhi blu, come il mare. Ride spesso quando è in compagnia e lo si sente piangere quando incontra un bambino che non ha voglia di giocare. Il bastone lo usa per salire le scale o per spingere la sbarra di ferro del cancello di casa. Spesso non riesce a trovare quello che ha perso e si smarrisce.

−Mi aiuta a cercare le chiavi di casa? Devo averle lasciate da qualche parte. Adesso non ricordo.

−Tranquillo, signor Anselmo. L’aiuto io. Magari riuscissimo a trovare sempre tutto! Che noia un mondo ordinato e perfetto! −gli dico per rincuorarlo un poco.

− Anche il cappello grigio deve essere da qualche parte e la giacca di lana…−ripete ancora− Sono stanco ed ho bisogno di lasciare andare la mia testa tra alte nuvole.

Non lo seguo più. Inizio a pensare che stavolta è proprio confuso.

−Non guardarmi con quegli occhi sorpresi! Se ti fermi ancora un po’ con me ti svelo com’è possibile arrivare fin lassù −aggiunge con fermezza.

Non mi muovo, sono super curiosa di ascoltare le strategie di un vecchio che non si arrende all’oblio, ma trova sempre il modo di credere nel futuro. A guardarlo bene non è il solito vecchio brontolone che tirerà fuori offese contro i politici o si soffermerà sull’incuranza delle istituzioni verso i più fragili. È stato un bravo ingegnere e so che il suo ragionamento mi farà sorridere un poco. Resto.

−Devi sapere che, quando il mio corpo è in lite con i pensieri, lascio andare la testa e lei si mette a cercare ciò che ho perso. È grazie a Lei che trovo tutto.

−Lei chi? −chiedo sorpresa.

−Come chi? −risponde quasi infastidito −Non ti ho mai parlato della mia unica figlia che, dall’età di otto anni, vive tra clouds in un cielo stellato? L’ho persa quando lavoravo in Argentina.

Rimango senza parole e faccio fatica a credere che un dolore così forte possa anche darle gioia.

−Non sapevo signor Anselmo. Mi dispiace tanto per sua figlia.

−La chiamavo Sinacabar (senza fine) perché, quando iniziava a ridere nessuno attorno riusciva a farla smettere. Aveva capelli soffici e lunghi, come quelli di sua madre, e occhi neri come un’aquila che, adocchiata la preda, non smette di fissare l’obiettivo. Mi accompagnava spesso nei cantieri di Buenos Aires e la musica spagnola ci rallegrava le giornate. Una sera, però, quando sono tornato a casa, lei non c’era più. L’ho persa e non l’ho più trovata. La vita è strana. Quando pensi che niente può succedere, tutto accade. Nessuno mi ha più restituito quel corpo di appena 1 metro e 20 centimetri di altezza che adorava stare insieme al suo papà. Me l’hanno portata via senza un perché. All’inizio è stato molto dura, ma ormai so come raggiungerla. Appena mi affaccio al balcone, lascio che la mia testa, guidata da un filo, come fa un aquilone, arrivi in alto fino ai tetti delle case. Un uccello con ali colorate di rosso e blu mi porta dalla mia Sinacabar che mi racconta dei posti magici che vede da lassù e mi fa dimenticare le fatiche quotidiane. Poi, prima di lasciarci, mi dice: −papà le chiavi sono attaccate alla porta del bagno, il cappello è sopra la lavatrice e la giacca l’hai portata in tintoria. È lei che mi aiuta ad andare avanti tutte le volte che vorrei porre la parola fine.

−E quando Lei non ci sarà più? Chi sarà a parlare con Sinacabar? −chiedo per distoglierlo da quel sogno.

− Puoi continuare tu, se ti va! La vita prosegue se c’è chi la continua a raccontare. Ricordati, però, di legare bene la testa al corpo altrimenti non troverai più la strada di ritorno.

Lo guardo andare avanti ed io, dietro, lo seguo verso casa.


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