L’ULTIMA VOLTA CHE PARLO DI TE

Massimo Maria Carpinteri, olio su tela cm. 30X60 (2023-24)

L’ULTIMA VOLTA CHE PARLO DI TE

SINOSSI:
Questo racconto è una potente metafora sul lutto interiore e sulla lotta per liberarsi da un legame tossico o da una parte dolorosa di sé. La voce narrante rivela una tensione tra il desiderio di dimenticare e l’impossibilità di farlo, costruendo immagini di prigionia e punizione che simboleggiano il bisogno di controllo e di chiusura emotiva. Il linguaggio è poetico, ricco di simbolismo — i castelli, il mare, l’abisso — e trasmette con intensità l’usura psicologica del protagonista. La figura di Nora rappresenta sia una persona sia un’ombra interiore, un riflesso del dolore che si vuole seppellire. Nel complesso, è un testo intimo, malinconico e profondamente umano sull’impossibilità di staccarsi dal passato.

L’ULTIMA VOLTA CHE PARLO DI TE

Vorrei fosse l’ultima volta che parlo di te a me stessa. Vorrei non esistessi più nella mia vita, non vorrei più sentire il tuo nome e il tuo invisibile arrivare tra giornate allegre, che ricordo, a costruire castelli di sabbia in spiagge affollate.

Sono già in costume da bagno e porto con me una paletta e un secchiello, che vorrei fossero gli unici strumenti a mia disposizione per non farti più emergere e inondarti. Vorrei sentire parlare di te solo dopo aver costruito il tuo castello, ma non un castello qualsiasi, con una torre e un fossato attorno pieno di acqua, piuttosto un castello con cinque guglie e tre torrette affinché nessuno possa mai trovarti, nemmeno io.

In ogni torre costruirò un bagno, una cucina e una sala wellness. Non deve mancarti nulla, come tu non mancherai a nessuno. Serviranno tempo e tanta cura nella costruzione delle finestre che saranno piccole e con sbarre strette, ma ho pazienza. Vorrei che una volta dentro, non uscissi più. E nessuno potesse venire a salvarti. Vorrei che ogni giorno ti mancasse la stessa aria che togli ad ogni mio respiro.

Sei abile a fingere e assecondare i venti a te favorevoli e a me contrari. Hai imparato a non far vedere la tempesta che ti porti dietro perché quel sorriso ingannevole, quei pensieri costanti e distruttivi della tua persona ti portano a costruire le illusioni degli altri. Nora ho imparato a fidarmi di te, ma tu perfida e crudele mi hai trascinato nel tuo fondale, quello che vedi alle mie spalle. Quando si ama, ahimè, si va oltre le stucchevoli convinzioni e si pensa di poter salvare l’altro. Mi hai portata nel tuo mare e quando ti ho implorato di farmi risalire hai detto:

– Restiamo ancora un poco in questo abisso.

Fido, il nostro cane, sta accanto a me e conosce le basse frequenze di quel ciclone. Tu no, Nora, tu sarai l’unica principessa di questo meraviglioso castello, e vedrai le sue pareti sgretolarsi solo dopo che ti avrò chiusa dentro. Sarai sepolta anche tu.

Accidenti se sai prenderti i tuoi tempi, ma anche io ho imparato ad allungare le giornate. La prima volta che ti ho visto arrivare eri lieve come una farfalla e adesso sei un orso che lascia una traccia ad ogni passo. Non pensavo facessi tanta paura. Non saprei come cambiarti ed è per questo che mi piacerebbe sotterrarti perché, quando pensi che puoi salvare il mondo e le persone, hai già ammesso il tuo fallimento.

Nessuno si salva da solo, se non vuole. Sono stanco, Nora, ma non ti voglio più dar luce e mentre il mondo cade a pezzi io costruisco spazi che rinchiuderanno il tuo finimondo in un castello.

Ma, tu sai bene, Nora, che per quanto mi svegli con l’idea di distruggerti, so che anche oggi non sarà l’ultima volta che parlo di te perché quel posto, ancora, non esiste.